Le circostanze che favorirono il rapidissimo sviluppo della natura morta nel corso del XVI secolo non riguardano soltanto l’ambito propriamente artistico e culturale. Il formato solitamente medio-piccolo, l’immediata godibilità, l’allusione ad una situazione di abbondanza e di benessere materiale rispondono perfettamente alle aspettative e alle richieste della borghesia, un pubblico inedito per il mercato artistico e per le strutture dell’economia europea.
Il genere presenta una straordinaria duttilità, offre un ampio ventaglio di temi, formati, riferimenti simbolici. Tuttavia, sul finire del Cinquecento, un solo quadro può essere definito propriamente “natura morta”: la Canestra di frutta di Michelangelo Merisi.

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L’opera rappresenta un momento cruciale per tutta la storia dell’arte; con essa, infatti, Caravaggio contravviene alle gerarchie e inaugura una nuova, straordinaria fase pittorica. Un cesto con pochi frutti e foglie in parte rinsecchite viene elevato al rango di protagonista dell’arte, non più come oggetto ma come soggetto in pittura.

L’opera è un dono del cardinale Francesco Del Monte a Federico Borromeo, cardinale arcivescovo di Milano e uno dei primi grandi collezionisti europei di nature morte: nella sua raccolta Federico avrebbe voluto includere un dittico con canestre di frutta ma «poiché nessuna raggiungeva la sua bellezza e la sua incomparabile eccellenza, è rimasta solitaria».
Gli storici oscillano sulla datazione tra il 1594, proposto da Marini a Calvesi, e il 1597-1598, avanzato dal Gregori. Studi recenti hanno confermato che il dipinto è stato realizzato su una tela di recupero, con il bassorilievo con putto fogliato della collezione Giustiniani come testimoniato da un’incisione di Michel Natalis.

Descrizione

L’opera mostra un canestro definito con precisione analitica negli incastri del vimini, mosso da uno spirito quasi trompe-l’oeil. La cesta sporge impercettibilmente in avanti, come fosse in una situazione precaria, creando un colpo d’occhio che attrae lo spettatore moderno nell’immediato. Si tratta in realtà di un sipario decontestualizzato, dove il realismo è soltanto apparente, poiché sono rappresentati insieme frutti di stagioni diverse. Il cesto di vimini è raffigurato come se si trovasse in alto rispetto allo sguardo dell’osservatore. La scelta di questo taglio permette alla composizione di far emergere la natura morta attraverso l’uso di uno sfondo chiaro, uniforme e luminoso; la luce sembra provenire da una fonte naturale e svela le gradazioni di colore che differenziano gli acini verdi in primo piano e quelli già molto maturi nel grappolo posto dietro la mela bacata, creando un effetto illusionistico di tridimensionalità. Proprio la completa assenza di sfondo ci fa capire che Caravaggio ha operato una sintesi, per concentrare tutta la nostra attenzione sul primo piano.

Alla chiara indicazione di spazialità, stabilita dalla posizione della canestra lievemente aggettante, corrisponde l’inesistenza sugli aspetti meno elevati dei singoli frutti e delle foglie. La bacatura della mela, le spaccature del fico maturo, la bacellatura delle foglie ritorte sono elementi che riportano il tono della composizione alla fedeltà, alla naturalezza del vero. La frutta diventa protagonista del quadro e acquista un significato ambiguo: all’apparenza fresca, in realtà comincia a marcire e rinsecchirsi. In questo modo l’artista paragona la brevità della giovinezza e dell’esistenza umana alla maturazione della frutta e dei fiori.

La tela propone un inimitabile equilibrio tra virtuosistica imitazione della realtà naturale e il dilagare del sentimento, intimo e poetico, dell’inesorabile venir meno della freschezza e della bellezza. La canestra di Caravaggio non è semplicemente ciò che sembra, ma allude al tema religioso della Vanitas. Ogni oggetto del quadro è vivificato dalla luce divina che contrapporre il regno dello spirito alla natura terrena delle cose. Anche la scelta dei frutti non è casuale: molti sono i riferiti a fonti di carattere religioso, filosofico e scientifico, ben conosciuti sia da Del Monte che dal Borromeo. Ma l’accumulo di simboli non è sufficiente per Caravaggio che preferisce esprimere il suo significato in modo dinamico: la sua idea di natura, infatti non è semplice assemblaggio di oggetti ma un teatro di forme. Ci sono dei fichi, una mela, una mela cotogna, una pesca, una pera e quattro grappoli d’uva pruinosa; sono frutti di fine estate, maturi fino alla succulenza, ma anche sul punto di avariarsi.

Simbologia della frutta

UVA: rappresenta Cristo che diceva Io sono la vite, voi siete i tralci. Dall’uva appassita viene il vino, così come dal corpo morto di Cristo scorre il sangue della salvezza. Un riferimento va anche a Bacco e ai piaceri della vita e dell’ebrezza.
PERA: per gli antichi greci rappresenta la donna in generale e la donna per eccellenza, Venere, personificazione dell’amore
FICO: simbolo di protezione e salvezza, rimando alla tradizione greca: Gea amata da Zeus scappa e trova protezione sotto un fico.
PESCA: rimando alla cultura latina e a Plinio che la classificò all’interno dei frutti divisibili in tre parti (polpa, nocciolo, seme): rimando trinitario e all’uomo che è costituito dal corpo, dalle ossa e dall’anima. La pesca dipinta da Caravaggio presenta delle foglie che hanno la forma della lingua, per cui la pesca rappresenta il cuore e le foglie la verità.
MELA: rimando all’albero del bene e del male, al peccato originale. È bacata, sta perdendo la vita. Bisogna godersi la vita ma con moderazione.

Era impossibile, all’epoca, vedere un soggetto simile ed in questo Caravaggio è veramente iniziatore ed innovatore del concetto di natura morta, preso nella sua unicità e naturalezza. In particolare una scena si mostra al nostro immaginario: quando il modello del Bacco degli Uffizi se ne va, sul tavolo permangono i residui della messa in scena, dai bicchieri alla frutta, alla mosca che salta sulla pera tagliata. La Canestra riesce ad eliminare la distinzione rinascimentale che vedeva agli opposti margini l’elevatezza della natura umana e l’inferior natura che veniva dipinta per svago e personale sollazzo. Roberto Longhi, nel cercare le parole per esprimere l’unicità del dipinto, lo definì un “umile dramma biologico” ed è proprio la sua qualità drammatica a renderlo così unico e così potente.

Veronica Verzella

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