Ciò che cerco non è né il reale né l’irreale, ma l’inconscio, il mistero dell’istintività della razza umana.

Livorno, 1909

Una concezione della pittura basata sul disegno lineare, la purezza arcaica delle forme scultoree e una vita romantica disseminata di tappe bruciate, tribolata di miseria e malanni, fanno di Amedeo Modigliani un artista dalla personalità straordinaria. Ultimogenito di quattro figli, nasce a Livorno il 12 luglio del 1884 da una famiglia di origine ebraica: il padre, Flaminio Modigliani, è un commerciante livornese mentre la madre, Eugénie Garsin, è originaria di Marsiglia. Quando viene alla luce, la famiglia sta attraversando un grave dissesto economico e il loro tenore di vita si era adeguato ad una nuova condizione che imponeva numerose ristrettezze. Soltanto l’intraprendenza e la determinazione di Eugénie, che comincia ad insegnare privatamente francese e inglese, riescono ad evitare il completo tracollo finanziario.

Fin dall’adolescenza Amedeo rivela i primi sintomi di una salute quantomai cagionevole: nel 1895 si ammala di pleurite a cui segue tre anni dopo una febbre tifoide. Costretto spesso in casa, Modigliani mostra subito una grande passione per il disegno, riempiendo pagine e pagine di schizzi e ritratti tra lo stupore generale dei familiari che, loro malgrado, non hanno la possibilità economica di coltivare il suo talento. Così annota Eugénie Garsin sul suo diario di famiglia il 10 aprile 1899:

Dedo ha rinunciato agli studi e ormai fa solo pittura, ma ne fa tutto il giorno e tutti i giorni con un ardore così grande che mi stupisce e m’incanta. Se non è questo il modo di riuscire, allora non c’è niente da fare.

Durante un violento attacco della malattia, Amedeo riesce a strappare alla madre la promessa di poter andare a lavorare nello studio livornese di Guglielmo Micheli, pittore tardomacchiaiolo allievo di Giovanni Fattori. Proprio il vecchio maestro, allora settantatreenne, durante una visita alla città natale osservò un disegno di Modigliani a carbone di fusaggine su carta intelaiata e si compiacque di lodarlo. Come è facile immaginare, la sensazione inebriante provata dal giovane allievo era incontenibile. I giovani che frequentavano lo studio di Micheli, come Benvenuto Benvenuti, Renato Natali, Oscar Ghiglia, erano uniti dalla profonda passione per la pittura e spesso si raccoglievano nello studio di uno di loro, Gino Romiti.

L’esordio della tubercolosi nel 1900 e una grave ricaduta nel 1901 lo costringono ad effettuare alcuni soggiorni nel sud Italia in compagnia della madre, finanziati con il contributo generoso dello zio Amedeo Garsin. Il lungo viaggio si rivela determinante poiché allontana Modigliani dall’ambiente provinciale livornese e lo accosta agli aspetti multiformi del grande patrimonio artistico italiano. Nel 1902 lascia la sua città e si sposta prima a Roma e poi a Firenze; qui s’iscrive alla “Libera Scuola di Nudo”, diretta da Fattori in un locale sito sotto i tetti dell’Accademia di Belle Arti, e ritrova l’amico Oscar Ghiglia con cui divide per qualche tempo l’abitazione. Alle lezioni preferisce lo studio diretto dell’arte antica nei Musei degli Uffizi e di Palazzo Pitti, frequenta i molti artisti che soggiornano nel capoluogo toscano e a Pietrasanta inizia a praticare la scultura. Un anno dopo si trasferisce a Venezia, dove frequenta l’Istituto per le Belle Arti e ha modo di appassionarsi a Carpaccio e alla pittura veneziana due-trecentesca. Contro ogni supposizione, è qui che Modigliani si avvicina per la prima volta alla droga: si trattava inizialmente di “piccole incursioni” che non lo distoglievano dalle possibilità creative offerte dal suo soggiorno. Sulle pagine della rivista Emporium approfondisce l’opera di Henri de Toulouse-Lautrec, dei preraffaelliti e dei protagonisti del simbolismo europeo e questo crescente interesse lo porta a spostarsi nuovamente nel 1906. La sua destinazione è Parigi, dove trova un ambiente culturale estremamente vivace e creativo, animato dalle accese polemiche attorno ai pittori fauve. Sistematosi al Bateau-Lavoir, una comune per artisti squattrinati di Montmartre, si iscrive all’Académie Colarossi e si introduce negli ambienti della Butte, dove frequenta in particolare il Lapin Agile, cabaret popolato da artisti, poeti e scrittori.

Durante i primi mesi di permanenza a Parigi, cambia numerosi alloggi, oppresso dalla scarsa disponibilità economica. Disegna, dipinge e scolpisce senza sosta ma nonostante i molti sforzi per farsi conoscere e apprezzare tra galleristi e collezionisti privati, le sue opere non trovano acquirenti. Deluso e frustrato per la mancanza di riconoscimenti tangibili, inizia ad abusare di alcool e droghe che minano ancor più la sua fragile costituzione. Queste esperienze di vita dissoluta e precaria, unite alle numerose avventure sentimentali, saranno successivamente enfatizzate dalla critica, che vedrà in lui lo stereotipo dell’artista maudit. Ha contatti diretti solo con la piccola galleria della poetessa inglese Laure Wylda nel Quartiere Latino e qui comincia ad esporre alcuni ritratti femminili. Nell’ottobre del 1907 è ammesso al Salon d’Automne con sette opere e ha modo di ammirare la grande retrospettiva di Cézanne che lo influenzerà profondamente. Lì, su quelle tele in progressione, era spiegata una delle più formidabili lezioni di pittura di tutti i tempi, qualcosa a cui sentiva di appartenere: un colpo di pennello che costruisce volumi e crea il rapporto superficie/profondità. Modigliani aveva amato gli antichi, nessuna delle esperienze contemporanee era riuscita a distrarlo da questa convinta ammirazione. Ma Cézanne lo aveva riportato a Giotto, spontaneamente, e non poteva non ascoltarlo. La sua lezione è particolarmente evidente nel Suonatore di violoncello del 1909.

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Il suonatore di violencello, 1909, olio su tela

Nel 1908 espone sei opere al Salon des Indépendants: L’ebrea, L’idolo, due nudi, uno Studio e un disegno. Il giovane medico parigino e amico fraterno Paul Alexandre è il suo primo mecenate: gli commissiona venticinque ritratti e centinaia di disegni, lo sostiene materialmente e insieme al fratello Jean lo mette in contatto con galleristi e collezionisti.

Paul Alexandre presenterà Modigliani e Constantin Brancusi, con cui stringerà un vivo sodalizio. Così André Salmon testimonia il loro incontro:

Modigliani arrivò nello studio di Brancusi con le mani nelle tasche del suo eterno abito di velluto, stringendo sotto braccio la cartellina dei disegni in cartone blu, che non abbandonava mai… Brancusi non gli diede consigli, né gli fece lezione, ma da quel giorno Modigliani si fece un’idea della geometria nello spazio ben diversa da quella che generalmente s’insegna nelle scuole o negli atelier. Tentato dalla scultura, vi si cimentò, e delle impressioni raccolte qua e là nell’atelier di Brancusi conservò quest’allungamento della figura riconoscibile nella sua pittura.

Lo scultore rumeno lo consiglia dal punto di vista tecnico e lo porta a visitare il Trocadero, il Museo Guimet e la galleria di Joseph Brunner, facendolo appassionare all’arte africana, primitiva e orientale. Per qualche mese ritorna a Livorno «stanco, distrutto, malnutrito» e dipinge Il mendicante di Livorno sempre nei modi di Cézanne.

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Il mendicante di Livorno, 1909, olio su tela

A partire dal 1922 focalizza la sua attenzione sulla scultura, progettando un “Tempio della Bellezza o della Voluttà” composta da teste femminili, erme e cariatidi in pietra: qui, nei distintivi occhi a mandorla, nelle bocche increspate, nei nasi sottili e nei colli allungati confluiscono tutte le suggestioni delle maschere africane, dell’arte arcaica, egizia e khmer. Alle formule tradizionali insegnate nelle Accademie ed esibite nei salon ufficiali, Modigliani contrappone il ritmo dinamico delle masse, semplificate fino a raggiungere la purezza delle forme geometriche elementari. Modigliani non ama plasmare materiali molli, quali il gesso o la terracotta, ma preferisce scolpire le pietre, come in una sfida di michelangiolesca memoria, in cui si contrappongono l’energia creatrice dell’artista e la massa informe, ostile della materia. Allo stesso modo, lascia spesso incompiute le sue opere, come se lo stato di abbozzo potesse dare alla statua un fascino misterioso, superiore all’esemplare finito in tutte le sue parti.

Rientrato a Livorno nel 1913, continua a dedicarsi alla scultura con crescenti soddisfazioni. Tuttavia, tra gli amici livornesi riuniti al Caffè Bardi, trova solo incomprensioni e la sua malinconia aumenta con la loro indifferenza. Tornato a Parigi, conosce Paul Guillaume, che gli affitta un atelier al 13 di rue Ravignan. Sotto le sue sollecitazioni e costretto dal male ai polmoni che gli provocava il taglio diretto della pietra, Modigliani abbandona gradualmente la scultura per dedicarsi unicamente alla pittura. Come l’artista scrive in un ritratto del 1915, Guillaume diventerà il suo Novo Pilota.

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Novo Pilota, 1916

A partire dal 1915 dipinge alcuni dei suoi ritratti più famosi, in cui al puntinismo si alternano forme dal contorno nitido, influenzato sempre da Cézanne e dalle dissimetrie cubiste. Tra le personalità ritratte da Modigliani figura il pittore messicano Diego Rivera, con cui condivide per un certo periodo lo studio. Le stesse pennellate di colori puri, isolate e accostate, ritorna anche nel Ritratto del  pittore Frank Burty Haviland, che abita nella stessa casa di Picasso e che Modigliani frequenta sin dai primi anni a Montmartre.

Parallelamente, inizia un’intensa e turbinosa relazione sentimentale con Beatrice Hastings, una scrittrice inglese colta e sensuale, con la quale resterà legato per due anni. Dipingerà i ritratti di molti colleghi artisti che frequentavano in quel tempo Montparnasse, come Moïse Kisling, Pablo Picasso, Juan Gris, Max Jacob e i giovani scrittori Blaise Cendrars e Jean Cocteau, di cui coglie la personalità con acuta abilità introspettiva. Ben presto sviluppa uno stile unico, originale e straordinario: sebbene completasse un ritratto in poche sedute e non ritoccasse mai i suoi dipinti, essere ritratti da Modigliani era come “farsi spogliare l’anima”.

Nel giugno del 1916, Modigliani conosce Léopold Zborowski che si appassiona in maniera incondizionata alla sua arte, tanto da diventarne ammiratore, protettore, mecenate, mercante, amico. Gli procura un alloggio in rue Racine e il 3 dicembre 1917 organizza la sua prima mostra personale nella Gallerie Berthe Weil, in cui Modigliani espone 32 dipinti e 30 disegni. Tuttavia, il capo della polizia di Parigi rimane scandalizzato per l’immoralità dei nudi in vetrina e lo costringe a chiudere la mostra a poche ore dalla sua apertura per oltraggio al pudore. Nella sua perenne ricerca stilistica, Modigliani mirava a raggiungere la perfetta unità di ritmi lineari e coloristici: il segno, estremamente sensibile, trasfigura l’immagine secondo una sequenza di curve, il colore è intenso, smaltato, prezioso, un’umanità profonda traspare dalla ricercata deformazione della figura, dalla tensione delle linee, dai semplici e audaci accordi cromatici. Il messaggio dei suoi nudi è immediato e diretto: le sue modelle si offrono allo sguardo dello spettatore senza inibizioni, ostentando le loro forme in posizioni esplicite, cariche di un erotismo dirompente e l’artista non fa nulla per sublimare la scena con dotti riferimenti allegorici.

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Nudo sdraiato a braccia aperte (Nudo rosso), 1917

Nella primavera del 1917, Modigliani riceve una lettera da una ex amante, Simone Thiroux, che lo informa di aver dato alla luce suo figlio. Modigliani non riconosce mai il bambino come suo, ma trova il grande vero amore in Jeanne Hébuterne, una pittrice in erba, con la quale si trasferisce in Provenza: qui, il 29 novembre 1918, dà alla luce una bambina, Jeanne. Negli ultimi tre anni della sua vita, la ragazza è la musa ispiratrice e fedele compagna del pittore che la ritrae in moltissimi dipinti e designi. La sua bellezza non appariscente incarna perfettamente il suo ideale femminile. Spesso le dipinge le spalle più strette dei suoi fianchi per accentuare la spinta dinamica verso l’alto e attirare l’attenzione dello spettatore sul suo viso, dall’ovale allungato, così simile alle sue sculture. Nei ritratti di Jeanne emergono i tratti distintivi di Modigliani: il collo allungato, la testa leggermente inclinata, il naso stilizzato e ingrandito, la bocca piccola e le labbra chiuse in un’espressione seria e compita, i capelli biondo scuro raccolti, le impercettibili asimmetrie e il modo particolare con cui sono dipinti gli occhi, senza pupille. Egli vuole forzare il modo tradizionale di guardare il volto umano per ottenere immagini universali che guidino l’osservatore al di là del semplice aspetto esteriore, fino all’anima della persona raffigurata.

Mentre è a Nizza, Léopold Zborowski si prodiga per aiutarlo, cercando di vendere i suoi lavori ai ricchi turisti. Modigliani riesce a vendere solo qualche quadro e per pochi franchi ciascuno. Nonostante ciò, fu proprio questo il periodo in cui produsse la gran parte dei suoi dipinti e approfondisce le sue ricerche sull’espressione umana, ora malinconica e pensierosa, ora più serena e rilassata. La sua tavolozza si schiarisce, trova nuove sfumature e attenua i contrasti di colore; le pennellate sembrano più morbide e studiate, il disegno meno nervoso, come se l’artista stesse ricercando armonie superiori.

Tra il 1918 e il 1919, Modigliani dipinge anche quattro grandi paesaggi: Albero e caseCase e cipressiPaesaggio del MidiPaesaggio a Cagnes. In queste composizioni in cui non compare la figura umana è possibile individuare un recupero dei volumi, degli spazi e della profondità che invece manca quasi del tutto nei suoi ritratti. C’è una diversa distribuzione delle masse e delle luci, ma anche una maggiore sensibilità nel disegno e nella stesura dei colori.

Nel maggio del 1919 fa ritorno a Parigi dove, assieme a Jeanne e alla loro figlia, affitta un appartamento in rue de la Grande Chaumière. Mentre vivevano lì, sia Jeanne che Modigliani dipingono ritratti l’uno dell’altra e di tutti e due assieme. Anche se Modigliani continua a lavorare, in quel periodo il suo stile di vita è giunto a richiedere il conto, e la sua salute si deteriora rapidamente. Modigliani non era il solo, in un ambiente come Montparnasse a fare uso di alcool e hashish, anzi si può dire che quelle tendenze erano comuni ai più; quello che colpiva negli eccessi di Modigliani era la loro platealità. L’eccitazione che ne ricavava era utilizzata per vedere sempre più in profondità dentro di sé, quando tutto andava male e non aveva fiducia nemmeno in se stesso.

Verso la fine del 1919 o gli inizi del 1920 esegue il suo autoritratto, probabilmente la sua ultima opera.

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Modigliani, Autoritratto

La breve vita di Modigliani ben presto precipita nella tragedia. Una mattina del gennaio 1920 l’inquilino del piano sottostante controlla l’abitazione e trova Modigliani delirante nel letto, mentre si aggrappava a Jeanne, che era quasi al nono mese della seconda gravidanza. Viene convocato un dottore, ma ormai c’è poco da fare: Modigliani ha contratto una meningite tubercolotica. Ricoverato all’Hôpital de la Charité in preda al delirio, circondato dagli amici più stretti e dalla straziata Jeanne, muore all’alba del 24 gennaio 1920. Come estremo omaggio all’amico scomparso, Lipchitz esegue dodici calchi in gesso del suo viso e tutti i membri delle comunità artistiche di Montmartre e Montparnasse partecipano al funerale di Amedeo Modigliani.

Jeanne Hébuterne, che era stata portata nella casa dei suoi genitori, elude la loro sorveglianza e si uccide gettandosi da una finestra del quinto piano. Modigliani venne sepolto nel cimitero del Père-Lachaise nel primo pomeriggio del 27 gennaio. Jeanne Hébuterne fu tumulata il giorno dopo al cimitero parigino di Bagneux, vicino a Parigi, e fu solo nel 1930 che la sua amareggiata famiglia concesse che le sue spoglie venissero messe a riposare accanto a quelle del suo grande amore.

Su Le Figaro André Warnod scrisse:

Furono magnifiche esequie, a cui presenziarono Montparnasse e Montmartre: pittori, scultori, poeti e modelli. Il loro straordinario corteo scortava il carro funebre coperto di fiori. Al suo passaggio, a tutti gli incroci, gli agenti della polizia si mettevano sull’attenti e facevano il saluto militare. Modigliani salutato proprio da coloro che l’avevano tanto spesso ingiuriato! Che rivincita!

Oltre agli amici e a quanti lo avevano conosciuto, moltissimi si aggiunsero al corteo funebre perché sentivano che quella morte chiudeva un tempo inimitabile e ancora una volta, l’unica a vincere fu l’arte. Aveva ragione Zborowski, anima di poeta, quando di lui disse:

Era un figlio delle stelle, e la realtà non esisteva per lui.

Veronica Verzella

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