Le “pietre d’inciampo”, o Stolpersteine, sono opera dell’artista tedesco Gunter Demnig. Disarmanti per la loro straordinaria potenza comunicativa, nascono con lo scopo di depositare una memoria perpetua delle vittime del nazionalsocialismo nel tessuto urbanistico e sociale delle città europee. Le pietre prendono forma nel 1990, in occasione del cinquantesimo anniversario della deportazione di Rom e Sinti dalla città di Colonia. Demnig voleva contrastare l’amnesia collettiva che avvolgeva la città nell’ambito del progetto Mai 1940 ¬– 1,000 Roma und Sinti. Una striscia di stoffa lunga 12 chilometri, stesa da una macchina a ruota costruita appositamente da Demnig, ridisegnava il percorso seguito dai deportati dalle loro case fino alla stazione. Dopo due anni, mentre la striscia rischiava di scomparire, le pressioni esercitate sui politici per rendere il progetto permanente, portarono nel 1993 all’installazione della stessa scritta in 22 luoghi della città con le lettere di ottone interrate nell’asfalto.

Già nel 1992, in concomitanza con il dibattito sull’opportunità di accogliere i rifugiati rom in fuga dall’ex Yugoslavia, Demnig installò il primo Stolperstein, davanti al Municipio di Colonia, su cui è inciso il decreto del 1942 per la deportazione di rom e sinti. Una donna del luogo, osservandolo al lavoro, negò che popoli gitani avessero mai abitato nel suo quartiere. Ma nel maggio del 1940 dalla città furono deportati mille rom, mille da Amburgo e Brema, mille da Düsseldorf e Hannover, 500 da Stoccarda e Francoforte. E gli abitanti lo avevano dimenticato. L’artista decise di rispondere all’obiezione dedicando la propria esistenza a un’impresa straordinaria: installare uno Stolperstein per ogni persona perseguitata dal nazismo tra il 1933 e il 1945. Ebrei, disertori, Sinti, Rom, testimoni di Geova, omosessuali, disabili mentali e fisici. Persone discriminate per le loro idee politiche, la loro religione o la loro sessualità.

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Gunter Demnig con le Stolpersteine di Otto Hirsch e Martha Hirsch a Berlino

Dal 1996 ad oggi sono stati installati circa 60.000 Stolpersteine divisi tra Austria, Belgio, Croazia, Repubblica Ceca, Francia, Germania, Grecia, Italia, Ungheria, Lituania, Lussemburgo, Paesi Bassi, Norvegia, Polonia, Romania, Russia, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Svizzera e Ucraina.

Materialmente il progetto prevede l’utilizzo di piccoli blocchi in pietra ricoperti con una piastra in ottone: questi vengono incorporati nel selciato stradale, davanti all’ultima abitazione scelta dalla vittima come residenza. Non vengono mai posti di fronte al loro ultimo domicilio perché spesso questo coincide con quelle che i nazisti chiamavano Judenhaeuser, “Case per gli ebrei”.

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Demnig pone l’accento sull’indifferenza che ha caratterizzato questa deportazione:

Non si può affermare che non ci fossero Gipsy a Colonia, abitavano in una casa su due: ma sono scomparsi fisicamente e nella memoria degli abitanti.

E cita Talmud quando afferma:

Una persona viene dimenticata solo quando il suo nome è stato dimenticato.

Per questo ogni pietra inizia con “Qui ha vissuto …” o “Qui ha lavorato…” o ancora “Qui ha studiato…”.

Una pietra, un nome, una persona.

Tutti gli Stolpersteine sono fatti a mano da Michael Friedrichs-Friedlaender a Berlino, hanno le dimensione di un sampietrino, 96 x 96 mm, e sono profondi 100 mm. Sono realizzati grazie a donazioni private. Lo stesso Gunter Demnig cerca di inserire personalmente il maggior numero di pietre d’inciampo: queste non si trovano mai su un muro, ma sempre su un marciapiede, solitamente davanti all’ingresso o sotto il numero civico. Da qui, infatti, le vittime sono state prelevate e strappate agli affetti per essere uccise senza alcuna colpa. Con gli Stolpersteine tornano nelle loro case e nel loro quartiere per essere visti dai familiari, dagli inquilini del palazzo, dai tanti cittadini che ogni giorno vi transitano davanti. Così ci testimonia Alberta Levi Temin:

La pietra d’inciampo li riporta a casa […] I miei cari, almeno i loro nomi, tornano a casa, non sono più nel vento. Qui, su questo marciapiede cammina la vita, e i loro nomi ne faranno parte.

Demnig partecipa commosso e consapevole della responsabilità del suo progetto e ogni pietra testimonia il suo rispetto e la sua condivisione:

Sono sempre inorridito ogni volta che incido i nomi, lettera dopo lettera. Ma questo fa parte del progetto perché così ricordo a me stesso che dietro quel nome c’è un singolo individuo. Si parla di bambini, di uomini e di donne che erano vicini di casa, compagni di scuola, amici e colleghi. E ogni nome evoca per me un’immagine. Vado nel luogo, nella strada, davanti alla casa dove la persona viveva. L’installazione di ogni Stolpersteine è un processo doloroso ma anche positivo perché rappresenta un ritorno a casa, almeno della memoria di qualcuno.

Un segno concreto e tangibile ma anche discreto e antimonumentale, a conferma che la memoria non può risolversi in un appuntamento occasionale e celebrativo ma deve costituire parte integrante della vita quotidiana. Demnig cerca di tenere insieme le famiglie disponendo i diversi Stolpersteine come una unità: per questo le pietre per i genitori sono posizionate sopra quelli per i bambini. Sulla superficie sono incisi il nome della persona, l’anno di nascita, la data, l’eventuale luogo di deportazione e la data di morte, se conosciuta. Questo tipo di informazioni mira a ridare individualità a chi si voleva ridurre soltanto a numero. Le pietre vengono poste non solo per chi è morto ma anche per chi è sopravvissuto alla deportazione, per chi è riuscito a fuggire all’estero o è stato portato al suicidio.

Tutti coloro che sono morti in un campo di concentramento sono stati assassinati, quindi la dicitura per indicare il loro destino è Ermordet, “assassinato”. Flucht in den tod, “fuggito alla morte” è utilizzato nei casi di suicidio mentre alla parola “emigrato” si preferisce il termine”scappato”. Se il destino non è noto, viene riportata la dicitura Schicksal unbekannt, “destino sconosciuto”. Se qualcuno è sopravvissuto in un campo di concentramento, si utilizzare la parola Befreit, “liberato”.

MEMORIA,  "PIETRE INCIAMPO" PER DON PAPPAGALLO E FAMILIARI SPIZZICHINO - FOTO 3
La Stolperstein di don Pietro Pappagallo a Roma, in via Urbana n.2

Ogni pietra viene posta allo stesso livello della pavimentazione perché l’espressione stolpern, “inciampo” deve intendersi non in senso fisico, ma visivo e mentale: si inciampa prima con gli occhi, notando il luccichio della pietra che contrasta con il manto stradale, e ci si piega, quasi come in un inchino dovuto, per leggere e capire. Poi si inciampa con la mente. Coloro che si imbattano in un Stolperstein sono invitati a ricordare, a non dimenticare, a riflettere su quanto è accaduto in passato per ridare dignità a chi è stato privato di tutto, anche del nome, intrecciando continuamente il passato e il presente, la memoria e l’attualità. L’avanguardia artistica reagisce ad un’epoca che conosce solo l’istante lasciandoci inciampare nella storia. Chi cammina per le strade d’Europa è costretto a fermarsi, a interrogarsi su queste installazioni atipiche. È un inciampo che coniuga la politica della memoria alla politica della storia, un ostacolo che attraversa l’era delle commemorazioni e sottolinea l’impegno costante di chi non smette di interrogarsi sul passato e sulla forma da dare al presente. Il fine ultimo delle pietre d’inciampo e delle ricerche ad esse collegate è quello di diffondere la consapevolezza del passato nella cultura del Paese, disconoscendo gli appuntamenti occasionali e celebrativi che hanno reso così fragile la memoria pubblica. Rappresentano una voce fuori dal coro, un progetto diverso che mira a restituire la frattura provocata dalla Shoah attraverso una rottura del linguaggio artistico e un recupero dell’analisi storica necessaria per superare il passato.

Il motto di Gunter Demnig è One victim, one stone perciò non esistono Stolpersteine collettivi. Tuttavia, ci sono alcuni casi di rastrellamenti in cui dovrebbero essere collocati in un unico luogo centinaia o migliaia di pietre. Data l’impossibilità di una simile operazione, Demnig ha messo a punto le Stolperschwelle o “placche di gruppo”. Una sola Stolperschwelle può registrare il destino di un gruppo di vittime in poche righe. Ha una larghezza di 96 mm, può raggiungere il metro di lunghezza e contenere fino a sei linee di testo.
Come gli Stolpersteine, ogni Stolperschwelle è fatta a mano.

Al suo esordio, il progetto non fu esente da critiche. Prima fra tutte si ergeva la voce di Charlotte Knobloch, vicepresidente del consiglio centrale ebraico europeo, vicepresidente del consiglio ebraico mondiale e presidente del consiglio ebraico centrale tedesco. Riteneva inaudito concepire un monumento alla memoria in cui i nomi delle vittime sarebbero stati calpestati, come un tempo facevano i nazisti con le persone. Demnig si rivolse alla comunità ebraica di Colonia, che dopo attenta analisi del problema non si oppose al progetto.

Un altro dibattito sorse dal fatto che le pietre venissero poste davanti al portone di ingresso e che il proprietario dell’immobile poteva non sempre gradire l’idea di essere costretto a ricordare ogni giorno le atrocità naziste. Fu raggiunto l’accordo che la scelta del luogo dove porre una pietra d’inciampo sarebbe stata subordinata all’approvazione del proprietario della casa e dei parenti delle vittime da ricordare.

Ad oggi gli Stolpersteine aprono la strada a un nuovo rapporto tra architettura e memoria. A distinguerli è la presenza di elementi estranei alla tradizione monumentale:

  • la discrezione: la pietra non emerge, non s’impone ma vi si inciampa casualmente. La memoria non è esiliata nel monumento ma sollecitata dalla scrittura, il più concettuale tra i mezzi di espressione;
  • l’integrazione urbana: una volta installati, i sampietrini di Demnig diventano parte integrante del tessuto urbano, della sua toponomastica;
  • la diffusione: tutti gli Stolpersteine sono legati a luoghi precisi, le case dei deportati, ma sono estremamente diffusi; perciò non sono opere centripete come un monumento ma centrifughe come una mappa urbana. Gli oppositori al nazifascismo erano ovunque e così le pietre che li ricordano. Non esigono contemplazione ma una fruizione dinamica e temporalizzata. Poiché l’intero tessuto urbano è il loro humus, non occorre spostarsi, convergere al centro per vederle: sono loro a cercarti e raggiungerti;
  • l’intreccio tra passato e presente: è la condizione di ogni elaborazione della memoria non meramente commemorativa e rituale;
  • l’intreccio tra individuo e collettività: gli Stolpersteine sono tutti uguali perché additano un tragico destino comune e sono anche tutti diversi, perché dedicati ai singoli deportati; restituiscono dignità di persona a chi è stato ridotto a numero, offrono un luogo dove ricordare;
  • l’intreccio tra memoria privata e memoria pubblica: la richiesta di installare i sampietrini parte dai parenti dei deportati e il costo della realizzazione è a loro carico. A installazione avvenuta però, ciò che costituiva oggetto di una memoria e di un dolore privato diviene patrimonio della collettività;
  • un progetto in progress: a differenza delle celebrazioni legate alla giornata della memoria, la realizzazione di tutte gli Stolpersteine è un progetto in progress, la cui durata è imprevedibile e incalcolabile. Le prenotazioni per i sampietrini sono inoltrate all’artista e si traducono in altrettante pietre da lui realizzate e personalmente installate. Un’opera allo stesso tempo concettuale e autografa.

È lo stesso Demnig a spiegare la volontà di non costruire monumenti collettivi per mantenere questo tipo di memoria:

Di monumenti collettivi ce ne sono e la gente può decidere se andarci oppure no. Le pietre di inciampo, invece, hanno la caratteristica di restituire l’identità a ogni singola vittima, perché si realizza una pietra per ogni persona e la pietra viene messa vicino a casa sua. Così, non è possibile non rendersi conto di quanto fosse diffusa la presenza di gipsy, come di ebrei. A Colonia come in molti posti se si posassero tutte le pietre alcune vie ne sarebbero completamente ricoperte. Le persone vedono la pietra, possono decidere di fermarsi a leggere, a riflettere.

Gli Stolpersteine sono le tessere di un mosaico che visualizzano l’orrore della deportazione nella sua ipertrofica dimensione, traducono il tempo della lettura dei nomi nello spazio delle città, delle regioni, degli Stati. Demnig sa di non poter completare la sua opera perché occorrerebbero 4250 anni per installare le 10 milioni di pietre d’inciampo; eppure persegue così tenacemente il suo obiettivo da incrementarne la valenza etica, la carica eretica, la memoria storica.

Veronica Verzella

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