Nel 1452 Piero della Francesca venne incaricato dalla ricca famiglia dei Bacci di portare a compimento gli affreschi con le Storie della Croce che Bicci di Lorenzo aveva iniziato nel coro della chiesa di San Francesco ad Arezzo. Contrariamente al modus operandi del suo predecessore fiorentino, Piero scelse accuratamente gli episodi da rappresentare: avvertiva la necessità di non scadere nell’aneddotica attraverso l’ausilio di tutti gli elementi salienti che il materiale narrativo metteva a disposizione. Ispirandosi alla Legenda Aurea di Jacopo da Varagine, affresca dieci storie prive di intelaiature architettoniche, organizzandole su principi di analogia formale e tematica.

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Bicci di Lorenzo e Piero della FrancescaStorie della Croce, chiesa di San Francesco ad Arezzo

Come ci testimonia un documento notarile, i lavori eseguiti da Piero ebbero una battuta d’arresto tra il 1458 e il 1459 ma si conclusero prima del 1466. Il pannello con il Sogno di Costantino probabilmente venne realizzato nella seconda parte dei lavori, dopo i contatti con la cultura fiamminga a Roma, dalla quale sviluppò uno spiccato senso della luce.

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Il sogno di Costantino

Di fatto, con questo affresco, realizza il primo notturno della pittura italiana, preludio alla Liberazione di San Pietro dal carcere di Raffaello.

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Liberazione di San Pietro dal carcere, Raffaello Sanzio, Stanze vaticane

Così ci testimonia anche il Vasari:

Ma sopra ogni altra considerazione e d’ingegno e d’arte è lo avere dipinto la notte e un angelo in iscórto, che venendo a capo all’ingiù a portare il segno della vittoria a Costantino che dorme in un padiglione, guardato da un cameriere e da alcuni armati oscurati dalle tenebre della notte, con la stessa luce sua illumina il padiglione, gli armati e tutti i dintorni con grandissima discrezione. Perché Pietro fa conoscere in questa oscurità, quanto importi imitare le cose vere, e lo andarle togliendo dal proprio il che avendo egli fatto benissimo, ha dato cagione ai moderni di seguitarlo, e di venire a quel grado sommo, dove si veggiono ne’ tempi nostri le cose.

Nell’affresco viene raffigurato l’imperatore Costantino addormentato nella sua tenda militare, la notte del 27 ottobre 312 d.C., a poche ore dalla battaglia finale di Ponte Milvio contro il pagano Massenzio. Un angelo gli appare in sogno invitandolo a combattere sotto il segno della croce. Qui campeggiava la scritta Toutô nika, che più tardi Rufino tradusse in Hoc signo victor eris e che la tradizione trasformò nel più noto In hoc signo vinces. A seguito di questo evento prodigioso, Costantino fece incidere sui labari dei soldati le due lettere sovrapposte, X e P, che corrispondono, rispettivamente, alla lettera greca χ (‘chi’) e ρ (‘rho’) e sono le iniziali della parola Χριστός, in greco unto e in ebraico messia. Concesse poi la libertà di culto ai cristiani con l’editto di Milano nel 313 d.C., a cui avrebbe fatto seguito l’editto di Tessalonica del 380 d.C.

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Moneta di Costantino con il monogramma di Cristo

Ai piedi del letto c’è un servitore mentre due sentinelle, una di schiena e l’altra di fronte, vegliano ai lati della tenda. Il legame del servo con l’imperatore è sottolineato dai colori alternati della sua veste bianco/rosso che rimanda a quelli del lenzuolo e delle coperte del letto imperiale. Il ruolo di questa figura non è pienamente chiarito ma, probabilmente, si tratta di uno stratagemma compositivo: egli, guardando verso lo spettatore, richiama la sua attenzione per poi direzionarne lo sguardo verso la lancia della guardia in penombra. La scena è costruita attraverso la composizione di figure geometriche solide:

  • la tenda, derivata dalla sovrapposizione di un cilindro e di un cono, con il palo centrale a segnare l’asse;
  • il parallelepipedo del letto di Costantino;
  • il piano avanzato su cui siede il servo.

Le due guardie sono poste in corrispondenza inversa, quasi a segnare le coordinate dello spazio aperto in primo piano; analoga funzione ha la lancia del soldato di spalle.

L’angelo, mostrato in volo in alto a sinistra, appare di spalle e reca in mano una piccola croce; emana un chiarore sovrannaturale che illumina l’ambientazione notturna creando suggestivi effetti di penombra all’interno della tenda e improvvisi bagliori sulle armature delle guardie. L’ombra dell’elmo rotondo ha coperto metà del volto del soldato di spalle mentre l’altro che guarda l’imperatore è ridotto ad una sagoma scura. Sembra verosimile che quest’effetto estremamente suggestivo fosse per Piero frutto di una elaborazione esclusivamente mentale. È una luce divina che non rompe l’immobilità e il sospeso silenzio della scena: essa investe solo l’imperatore ed è invisibile ai suoi attendenti, i quali si mostrano del tutto indifferenti a ciò che sta avvenendo. Nel cielo le stelle ricreano approssimativamente la situazione astrale nell’anniversario della data del sogno e, in particolare, la posizione assunta dalla costellazione del Cigno.

All’apparire improvviso del messaggero celeste corrisponde l’immobilità degli astanti, soprattutto dei due soldati che colloquiano in silenzio e si negano all’evento. Piero ci dice che un evento così decisivo nella storia dell’uomo va letto come un momento di serenità, privo di drammaticità esteriore. Osservando la scena, così si esprime anche Frate Giulio, priore della chiesa di San Francesco:

Come tutto è calmo, come tutto è ordinato. La luce irrompe su quest’uomo che sogna: ma non lo risveglia, non lo spaventa, non provoca in lui alcun turbamento.

Per quanto riguarda la tecnica pittorica, all’affresco si sommano porzioni di pittura a secco e altre realizzate con pigmenti legati ad albume d’uovo, latte di calce oppure olio su intonaco umido, nella più libera sperimentazione. Si deve soprattutto a tali miscugli improvvisati e non del tutto noti, il cattivo stato di conservazione dei dipinti che hanno portato ad un’intensa campagna di restauro avviata nel 1985 e conclusasi con successo nel 2000.

Veronica Verzella

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