I Bronzi sono stati una metafora, non è stata solo una scoperta straordinaria che sembrava quasi un regalo dal mare. Esce questa cosa straordinaria presa da un pescatore per sbaglio e poi emergono. Ed emerge il loro significo anche simbolico-metaforico, quello che è stata poi la base del successo dei Bronzi, questa sorta di icona maschile duale. La fortuna dei Bronzi è stata proprio quella: maschi, ma non solo, belli, ma non solo, forti, ma anche gentili, esuberanti, ma anche timidi.

Paolo Crepet

E fu davvero un regalo dal mare.

Anzi due.

Il 16 agosto 1972 un giovane sub romano, Stefano Mariottini, si immerse nelle acque del Mar Ionio a 300 metri dalle coste di Riace Marina; a 8 metri di profondità la sua attenzione venne catturata da una spalla che emergeva dal fondo:

Ho fatto un’altra capriola e l’ho scoperto, era supino, coperto da qualche centimetro di sabbia. In un attimo l’ho visto, dalla testa ai piedi. In tutto il suo splendore.

Aveva appena effettuato la più grande scoperta archeologica dell’era contemporanea: i Bronzi di Riace. 

Cinque giorni dopo, il 22 agosto, i Carabinieri del nucleo sommozzatori recuperarono le due statue riportandole in superficie. Nella denuncia ufficiale depositata il 17 agosto 1972 presso la Soprintendenza alle antichità della Calabria a Reggio, Stefano Mariottini dichiarò che:

[…] le due emergenti rappresentano delle figure maschili nude, l’una adagiata sul dorso, con viso ricoperto di barba fluente, a riccioli, a braccia aperte e con gamba sopravanzante rispetto all’altra. L’altra risulta coricata su di un fianco con una gamba ripiegata e presenta sul braccio sinistro uno scudo. Le statue sono di colore bruno scuro salvo alcune parti più chiare, si conservano perfettamente, modellato pulito, privo di incrostazioni evidenti. Le dimensioni sono all’incirca di 180 cm.

Fin dai primi interventi di pulitura apparve evidente la straordinaria fattura delle due statue, probabili testimonianze dell’arte greca del V secolo a.C. Le loro labbra sono di rame, le ciglia in lamina, le cornee sono in marmo e in avorio, i denti in argento. Ancora oggi sono pochissime le opere coeve che godono di una conservazione di questo livello; probabilmente la scultura che più si avvicina allo status dei Bronzi è lo Zeus di Capo Artemisio.

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Zeus di Capo Artemisio

Dal momento del loro ritrovamento, i due Bronzi hanno stimolato le ricerche degli studiosi ma ancora oggi non è stata raggiunta l’unanimità sull’identificazione degli autori, dei due personaggi e sulla loro datazione.

Tra chi sostiene che si tratti di opere realizzate in tempi diversi qualcuno afferma che la staticità della parte superiore della statua A ricorda alcuni modi dello Stile severo della prima metà del V secolo a.C., mentre la statua B, con la sua naturale collocazione nello spazio, sarebbe dimostrazione di quel superamento di rigidezza che la scultura greca cominciò a presentare nella seconda metà del V secolo a.C. Ciò ha portato a ipotizzare che la statua A potesse essere opera dello scultore ateniese Fidia, realizzata intorno al 460 a.C. e che la statua B fosse da collegare a Policleto verso il 430 a.C. Per quanto riguarda la loro identificazione, l’atteggiamento altero del Giovane ha fatto pensare ad Agamennone o a Tideo, uno dei membri della famosa spedizione dei Sette contro Tebe. L’Adulto, invece, è più maturo e la calotta che gli copre il capo riproduce una cuffia in cuoio indossata sotto l’elmo dagli strateghi. Si tratterebbe allora di Milziade o forse di un altro dei Sette contro Tebe: Anfiarao.

Descrizione e stile

Eroi, atleti, guerrieri. Chi sono i Bronzi di Riace?

Qualcuno ha ipotizzato che facessero parte di un gruppo più numeroso di statue, trasportate da una nave romana naufragata durante un viaggio dalla Grecia in Italia. Altri ritengono che siano stati gettati in mare durante una tempesta per alleggerire il carico.

Le ipotesi sono moltissime ma in mancanza di resti e di ulteriori reperti, il mistero è solo in parte svelato.

Gli studiosi concordano sul fatto che le due statue siano state realizzate almeno a trent’anni di distanza: entrambi, infatti, raggiungono l’equilibrio formale nella resa anatomica e proporzionale delle diverse parti del corpo, ma l’intonazione di base appare differente.

I Bronzi sono due giovani uomini che gli esperti hanno rinominato guerriero A e guerriero B oppure, più poeticamente, l’Adulto e il Giovane.

Perfetti, maestosi, imponenti, incarnano l’ideale della bellezza e della forza.

Il primo, alto 1.98 metri, è vigoroso ed energico, ha un impatto visivo dirompente: ogni singolo muscolo viene evidenziato, le vene ingrossate corrono sotto la pelle. Il bulino definisce ossessivamente i solchi delle ciocche e i pesanti riccioli della barba e della capigliatura; dalla testa i boccoli, stretti e compatti, scendono ammassandosi sul lato destro del collo, diradandosi sul lato opposto e suggerendo la repentina torsione del capo. Il volto sembra infiammato dalla ferocia dello sguardo, enfatizzata dalla nettezza con cui l’ombra scava gli zigomi e la luce colpisce la fronte e il dorso del naso: siamo di fronte ad una maschera di guerra.

La grossa fascia presente poco più in alto delle tempie serviva a proteggere la testa del guerriero dal contatto con l’elmo metallico permettendo di appoggiarlo agevolmente. La fascia non è liscia, ma presenta una sporgenza triangolare con la punta in alto: elemento che combacia perfettamente con l’angolo presente su ogni elmo corinzio. Sulla nuca è inoltre visibile una larga base di appoggio, ulteriore segno del paranuca dell’elmo. Riguardo al foro con il perno in bronzo presente sulla sommità della testa, probabilmente serviva a fissare l’elmo corinzio per non essere spostato da urti o eventi atmosferici. E in effetti, l’effetto realistico dei capelli che si intravedevano da sotto l’elmo doveva essere notevole.

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Ipotesi ricostruttiva dell’elmo

Il secondo guerriero, dall’aria ponderata e serafica, è alto 2.05 metri e ha un movimento del busto più plastico e morbido. La postura è simile a quella del compagno, ma diverso è il trattamento delle masse. L’equilibrio anatomico si riflette anche sul volto: l’inclinazione della testa, le labbra socchiuse incorniciate da una morbida barba, la luce diffusa sulle guance, lo sguardo segnato dalla curva abbassata delle sopracciglia. Tutto concorre a caricare il volto di intensa umanità. Il suo artefice non ha seguito gli stessi criteri adottati per l’altra statua, perché la stabilità dell’elmo, in questo caso, era garantita dalla forma allungata della calotta cranica. All’altezza dei fori per gli occhi dell’elmo corinzio, la testa presenta un alloggiamento per un tassello rettangolare ribattuto e sulla fronte un triangolo che copre i capelli con le medesime ribattute. Se ne deduce chiaramente che il bronzo B aveva tra la testa e l’elmo una specie di cuffia di cuoio testimoniata anche dal profondo incavo sulla barba che sembra segnalare un sottogola allacciato sotto il mento.

Partendo da questi segni evidenti alcuni studiosi hanno ipotizzato che la statua portasse un caschetto da pugile, concludendo che si trattasse di un atleta raffigurato come guerriero; ma non tutto concorda perfettamente con tale ipotesi soprattutto considerando che i caschetti di cuoio dei pugili hanno una strana forma con lunghissimi paraorecchi e privi di lacci e paranuca “a ricciolo”.

Gli scudi e le armi

La ricostruzione degli scudi imbracciati dalle due statue si rivela più semplice: è ancora presente sul braccio sinistro il porpax che serviva ad imbracciare lo scudo e le maniglie strette nelle mani per rendere più salda la presa.

Contrariamente a quanto sostenuto in precedenza, la dimensione degli scudi doveva essere abbastanza grande per permettere a chi guardava le statue di riconoscere l’hoplon, il pesante scudo tipico dell’oplita delle poleis del V secolo a.C.

Riguardo alle armi che i due bronzi tenevano nelle mani, sono state moltissime le ipotesi formulate dagli studiosi: si è detto rami d’alloro, una spada, oppure un giavellotto di cui sarebbero stati riconosciuti nella mano i segni per il fissaggio di una corda che serviva ad aumentare la propulsione e la precisione dell’arma. Tale ipotesi però cade nel momento in cui dalle fonti emerge chiaramente la scarsa considerazione riservata alle armi da lancio che non permettevano di mostrare il proprio valore. Molto probabilmente, il bronzo A teneva la lancia tra l’indice e il medio mentre il bronzo B teneva la lancia nel palmo della mano.

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Ipotesi ricostruttiva con elmi, scudi e lance

Restauri e conservazione

Al momento del loro rinvenimento, i Bronzi vedono da subito l’avvio delle operazioni di conservazione.
A Reggio l’équipe di tecnici lavorò alla pulitura delle due statue fino al gennaio 1975, quando la Soprintendenza reggina ebbe la certezza che sarebbe stato impossibile eseguire un restauro completo delle statue utilizzando solo i limitati strumenti a disposizione. Perciò si decise di trasferirle al più attrezzato Centro di Restauro della Soprintendenza Archeologica di Firenze.

Vennero ideate nuove soluzioni destinate esclusivamente al restauro dei due Bronzi. Oltre alla pulizia totale delle superfici, a Firenze le statue furono sottoposte ad analisi radiografiche, necessarie per conoscerne la struttura interna, lo stato di conservazione e lo spessore del metallo. Le operazioni di restauro si conclusero il 15 dicembre 1980 con l’inaugurazione di un’esposizione semestrale delle due statue sul grande palcoscenico del turismo fiorentino, presso il Museo Archeologico di Firenze. Fu proprio quest’esposizione fiorentina, seguita da quella successiva di Roma, a fare da primo detonatore per il clamoroso entusiasmo riservato ai due Bronzi.

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L’inaugurazione della mostra I Bronzi di Riace a Firenze nel 1981

Pur essendo stato fatto un trattamento conservativo, nei primi novanta comparvero numerosi fenomeni di degrado, che hanno fatto propendere per lo svuotamento totale della terra di fusione.

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Operatore durante i lavori di restauro

Nel dicembre del 2013, i Bronzi sono tornati definitivamente nel museo di Reggio Calabria, esposti in un’apposita stanza completamente asettica, alla quale possono accedere poche persone per volta. Purtroppo, nel dicembre 2016, le analisi condotte dall’Università del Salento e dall’Istituto superiore per la conservazione e il restauro di Roma hanno riscontrato sulle statue la comparsa di tracce di un fenomeno corrosivo detto cancro del bronzo.

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Nonostante gli inevitabili problemi conservativi, è innegabile l’importanza storica e sociale di queste opere: il ritrovamento dei Bronzi di Riace, infatti, ha segnato una svolta nelle tecniche di restauro e nella storia della cultura classica. Una cultura millenaria che con i Bronzi scorre tutt’oggi nelle vene della Calabria. Ma se non vengono valorizzati come meritano rischiano di tornare ad essere quello che erano prima del loro avventuroso ritrovamento.

Un tesoro dimenticato.

Anzi due.

Veronica Verzella

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Bibliografia e sitologia di riferimento

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