La copertina di un disco non è mai un elemento secondario, una semplice estensione del package voluto dalla casa discografica. Al contrario, molte cover sono create “ad opera d’arte” e spesso l’immagine si svincola dalla sua matrice, acquista vita propria e diventa una icona generazionale nell’immaginario collettivo.

Fino agli anni Quaranta le copertine dei dischi risultavano anonime, omologate ma quando un giovane grafico pubblicitario, Alex Steinweiss, venne assunto dalla Columbia Record si registra un repentino cambio di rotta: proliferano immagini vivaci, disegni stilizzati, richiami alle opere d’arte e grafiche innovative. La sua opera rivoluzionaria diventa musica per gli occhi.

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Alex Steinweiss – Cover

Seguendo l’esempio di Steinweiss, dalla fine degli anni Cinquanta tutte le case discografiche cominciano a presentare una straordinaria serie di incisioni stereo che puntano su copertine di grande impatto. Molti artisti prestarono il proprio ingegno alla causa e, tra gli illustratori USA, spiccavano David Stone Martin Sadamitsu Neil Fujita.

Anche in Italia dall’inizio degli anni Sessanta il designer Fulvio Bianconi e grandi cartoonist come Hugo Pratt Guido Crepax, seguiti negli anni Ottanta da Andrea Pazienza e Tanino Liberatore, realizzarono cover di 45 giri celebri.

Nel 1955 è la volta di Salvador Dalì che realizza una copertina per l’amico e compagno di bevute Jackie Gleason.

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Salvador Dalì

Gleason ha così descritto la copertina:

Il primo effetto è di pena, di spazio, di solitudine. In secondo luogo, la fragilità delle ali di una farfalla, che proiettano una lunga ombra da tardo pomeriggio. Questa fragilità risuona nel paesaggio come una eco. L’elemento femmineo, distante e isolato, forma un triangolo perfetto con lo strumento musicale e la sua altra eco, la conchiglia.

Il connubio arte e musica si fa sempre più saldo e sperimentale nel 1967, quando Andy Warhol  lavora per l’album di debutto dei Velvet Underground.

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Andy Warhol

L’album The Velvet Underground & Nico, noto come il banana album, inizialmente non riportava alcuna indicazione del nome della band ma solo la firma dell’artista. Le prime copie vendute del disco avevano una linguetta con scritto “Peel slowly and see”, che celava una banana rosa shocking.

Il lavoro di Warhol per le cover fu decisamente influente e lo seguì lungo tutto il suo percorso artistico. Se nelle copertine degli anni Cinquanta domina la tecnica blotted line, che trasferisce un disegno a inchiostro, in quelle degli anni Settanta e Ottanta dominano i classici ritratti. Warhol diverrà un marchio di garanzia e riuscirà a realizzare 51 artwork per 45 e 33 giri di Diana Ross, Rolling Stones, John Lennon, Paul Anka, Aretha Franklin, Billy Squier e molti altri.

Uno dei padri della pop dance music, Bobby Orlando volle l’altrettanto pop Roy Lichtenstein e il suo ciclo delle Crying Girls mentre Basquiat lavora per la cultura hip hop realizzando la copertina di “Beat Bop” di Rammellzee + K-Rob.

David Bowie, Run DMC e Sylvester preferiscono il graffitista Keith Haring.

David Byrne chiama Robert Rauschemberg per il quinto disco dei Talkin Heads. Rauschenberg realizzò qualcosa di straordinario: una scatola di plastica trasparente in cui sono inseriti un collage di immagini nei tre colori primari. È possibile distinguere una macchina distrutta, un cartellone autostradale e una camera da letto di periferia ma le immagini sono visibili solo a intermittenza ruotando il disco.

Nel 1975 la copertina dell’album di debutto della cantante statunitense Patti Smith fu firmata da Robert Mapplethorpe. Il fotografo newyorkese e la poetessa del rock si conobbero a New York nel 1967, quando Smith entrò per sbaglio nell’appartamento di Mapplethorpe per cercare una terza persona. Trovarono da subito un’affinità elettiva. La foto non è stata ritoccata, su richiesta di Smith, ed è stata scattata con una macchina fotografica Polaroid e sfruttando la luce naturale.  Per Mapplethorpe la fotografia non era solo una questione estetica legata alla moda e alla società, ma una sfida personale dove inevitabilmente si finiva per misurarsi con i propri demoni interiori.

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Robert Mapplethorpe

Alcuni scelgono una firma a disco, come i Red Hot Chili Peppers che nel 1995 si affidano a Mark Ryden, nel 2002 a Julian Schnabel e nel 2011 vogliono Damien Hirst.

Così dichiarerà il cantante dei Red Hot Chili Peppers, Anthony Kiedis, durante un’intervista:

Un’immagine. È arte. Non le diamo un significato perché è chiaramente aperta alle interpretazioni.

In epoca di riscoperta del vinile i Blur per l’album Think Tank del 2003 stampano tre singoli su 45 giri con in copertina un’opera del celebre street artist Banksy.

Banksy, solitamente restio ai lavori commerciali, ha giustificato queste immagini a spray e stencil come una necessità economica.

Per la copertina del Teatro degli Orrori, invece, troviamo un’opera inedita di Roberto Coda Zabetta intitolata Face Cancel. Il volto in primo piano è giocato sui colori del bianco e nero, con pennellate frenetiche ed informali e un’espressione spaventata.

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Roberto Coda Zabetta

Sul sito della band si legge anche una considerazione dell’artista che sottolinea i rapporti tra musica e pittura:

Credo vivamente, che il periodo d’esecuzione di un buon lavoro sia simile ad un tempo musicale. La mia tecnica è velocità e azione. Il risultato finale sono una sequenza di grandi schiaffi che mi consentono di arrivare ad una completa sobrietà tra me e il soggetto che ho dipinto.

Nel 2013 è la volta di Jeff Koons che lavora per Lady Gaga.

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Jeff Koons

Lo sfondo della copertina è stato realizzato utilizzando parti della Venere del Botticelli e sezioni dell’Apollo e Dafne del Bernini, mentre in primo piano una statuaria Lady Gaga sembra aver partorito una sfera blu. Una gazing ball di vetro.

L’accostamento delle opere classiche al pop rock moderno si avverte già nell’album Power, corruption & lies dei New Order che utilizzano in copertina A basket of Roses dipinto da Henri Fantin-Latour nel 1890.

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Henri Fantin-Latour

Successivamente sarà la volta dei Coldplay con il singolo Viva la vida, la cui copertina  ritrae La Libertà che guida il popolo di Eugène Delacroix.

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Come raccontato dal leader del gruppo, Chris Martin, il brano deve il suo titolo ad un quadro realizzato da Frida Kahlo otto giorni prima di morire:

Come sappiamo lei è passata attraverso tanta di quella merda eppure dopo tutto ciò ha voluto realizzare un grande quadro in cui si leggeva, appunto, Viva la vida.

Ho amato il coraggio di questo gesto.

Altri cantanti non riprendono direttamente l’opera ma ne traggono grande ispirazione. E questo è il caso di:

  • John Squire, chitarrista degli Stone Roses, che rende omaggio a Pollock nell’album di debutto;
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The Stone Roses
  • New Order che guardano ai manifesti di Fortunato Depero per l’album Movement;
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New Order
  • Pogues con Rum, sodemy and the lash che reinterpretano La zattera della Medusa di Géricault;
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The Pogues
  • Bowie e Iggy Pop che ci regalano le immortali copertine di Heroes e The Idiot ispirate al ritratto Roquairol di Erich Heckel;
  • Bow Wow Wow che reinterpretano Déjeneur sur l’herbe di Manet;

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  • Florence + the machine che omaggiano Frida Kahlo attraverso la visione dei polmoni indossati da Florence Welch, più volte dipinti dalla pittrice nei suoi autoritratti.

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È vero non si giudica un libro dalla copertina e non si giudica un album dalla sua cover. Ma la musica è colore, emozione, parole, passione e l’immissione del mondo dell’arte nel mondo dei suoni ha dato corpo e forma alla bellezza della musica.

E a tutte le sue straordinarie sfaccettature.

Veronica Verzella

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