Collocata nel ninfeo superiore del santuario dei Grandi dei Cabiri, la possente Nike di Samotracia venne scolpita a Rodi per commemorare le vittorie navali inferte ad Antioco di Siria nel 191 a.C. L’autore è sconosciuto ma, come ci suggerisce l’iscrizione di un basamento ritrovato a Samotracia, potrebbe essere opera dello scultore ellenistico Pitocrito.

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Ricostruzione del Santuario dei Grandi dei Cabiri

Quarantamila visitatori al giorno arrivano da tutto il mondo per trascorrere qualche istante con lei, la portatrice di vittoria, e farne propria la sua bellezza. La Nike ha colpito intere generazioni di visitatori, eppure quasi nulla si sa della sua storia. Gli antichi Greci erano soliti dare forma divina a concetti come pace, giustizia, vendetta. E la Nike è una delle più antiche di queste incarnazioni: è la dea messaggera che annuncia una vittoria concessa dagli dei.

La colossale opera era posta in una nicchia di roccia e si affacciava sul teatro del Santuario; probabilmente la nicchia includeva anche una vasca colma d’acqua in cui la nave sembrava galleggiare. Data la sua collocazione, la statua è stata pensata per essere vista dal lato sinistro: questo spiegherebbe la disparità nella tecnica scultorea, in particolare del lato destro molto meno dettagliato.

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Dopo essere scomparsa misteriosamente, venne ritrovata in stato frammentario il 15 aprile 1863  da Charles Champoiseau, viceconsole francese a Edirne e grande appassionato di archeologia.

L’ultimo giorno i miei operai erano impegnati a scavare tra le rovine di un grande portico e il mio sguardo si posò su un pezzo di marmo semisepolto che riconobbi, dopo averlo personalmente ripulito dalla terra, essere un seno di mirabile fattura. Qualche ora più tardi, mentre stavo mangiando sotto la mia tenda, i lavoranti accorsero piangendo di emozione: “Signore! Abbiamo trovato una donna!”

I blocchi rinvenuti approdarono a Parigi con enormi difficoltà, mentre rimasero in loco «venti grossi frammenti assai bizzarri in marmo scuro». L’opera venne acquistata dai Francesi, ricostruita e collocata sulla sommità della scala Daru del Museo del Louvre.

La Victoire de Samothrace, une icône dévoilée

Durante scavi successivi, gli archeologi compiono una grande scoperta: i blocchi di marmo lasciati da Champoiseau a Samotracia formano la prua di una nave. Si comprende solo allora la forma originaria del monumento.

Nel 1950 una nuova campagna di scavi portò alla luce porzioni della mano destra, attualmente conservate al Kunsthistorisches Museum di Vienna. Molti frammenti architetturali furono trasferiti al Museo archeologico di Istanbul ma una parte di questo materiale scomparve durante il trasporto.

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Frammenti della mano destra

La Nike venne spostata dalla sua nuova sede nel 1939, quando fu necessario trasportarla nel castello di Valençay per proteggerla dallo scoppio della seconda guerra mondiale.

Tra il 2013 e il 2014, viene spostata nuovamente nella Sala dei sette camini e sottoposta ad un attento restauro. L’enorme lavoro ha previsto un finanziamento di quasi quattro milioni di euro, in parte stanziati grazie ad una raccolta fondi denominata Tutti mecenati! Attraverso una profonda pulitura senza additivi, la statua ritrova tutte le sfumature e il candore tipici del marmo bianco di Paro.

L’opera è stata riconsegnata nella sua interezza, mantenendo l’ala sinistra e il seno in gesso aggiunti nell’Ottocento. È stato invece rimosso il piedistallo in marmo di Larthos, inserito negli anni Trenta del Novecento. Una squadra di dodici esperti ha smontato la statua blocco per blocco, sottoponendola ad un esame clinico totale nel tentativo di risolvere gli enigmi di questa celebre e grande “mutilata”. Ripetute fotografie a luce radente, osservazioni al microscopio binoculare, radiografie, raggi ultravioletti e video microscopio hanno permesso di scansionare scrupolosamente la statua.

Dal restauro sono emersi alcuni dettagli sorprendenti, come una ciocca di capelli che sfugge dallo chignon e tracce di blu, invisibili a occhio nudo. Questo ha portato ad un’inaspettata constatazione: la policroma originaria della statua.

Descrizione

Rinvenuta acefala e senza braccia, la statua raffigura Nike, la giovane dea alata figlia del titano Pallante e della ninfa Stige. L’iconografia classica delle Nikai viene ridisegnata in scala imponente, arricchita dai valori fisici e dall’immediatezza della scultura ellenistica. Ogni elemento, braccia, testa, ali, corpo, è stato scolpito separatamente e assemblato con perni in bronzo. Per sostenere il peso delle ali, viene lasciato sul dorso un appoggio inclinato di 20° che permette di ripartire su tutta la statua la spinta del carico.

Slanciata nel movimento, le ali spiegate mentre atterra sul ponte di una nave, incarna il rapporto tra gli uomini e gli dei. La posizione teatrale, la ricchezza decorativa, il movimento vigoroso e i panneggi fluttuanti di questa scultura ellenistica sono combinati con riferimenti al periodo classico prefigurando l’estetismo barocco della scuola di Pergamo (180-160 a.C.).

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La Nike di Samotracia – AP Photo/Remy de la Mauviniere

La statua della Vittoria costituisce però solo una parte del monumento. Altrettanto importante, infatti, è la sua base: la prua di una nave su cui la dea conclude il suo volo. Nave e basamento sono composti da ventitre blocchi di marmo e insieme alla statua raggiungono un peso complessivo di ventotto tonnellate.

Alcune parti mancanti sono state integrate e restaurate in gesso alla fine del XIX secolo mentre nel 1933 un blocco di pietra è stato aggiunto al ponte della nave per sollevare la statua. La pesante ala in marmo viene rinforzata da una robusta armatura di ferro imbullonata e congiunta all’ala in gesso con una barra metallica a forma di Y. Per armonizzare i materiali nobili con quelli ordinari, la statua viene coperta con un rivestimento vetroso: marmo e gesso sono indistinguibili e le loro giunzioni perfettamente dissimulate.

Esempio mirabile di statuaria all’aperto, era stata concepita per una visione di tre quarti ed era pienamente valorizzata dalla sua collocazione. La dea, vestita con un delicato chitone, posa con leggerezza il piede destro sulla prua di una nave, mentre il petto si protende in avanti e la gamba sinistra rimane indietro. Le braccia sono perdute, ma i frammenti austriaci delle mani e dell’attaccatura delle spalle mostrano che il braccio destro era abbassato, a reggere probabilmente il pennone appoggiato alla stessa spalla, mentre il braccio sinistro era sollevato, con la mano aperta a compiere un gesto di saluto o a reggere una corona.

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Ipotesi ricostruttiva

Un vento impetuoso investe la figura, muovendo il panneggio che aderisce strettamente al corpo e crea un gioco chiaroscurale dall’altissimo valore virtuosistico, in grado di valorizzare il risalto dello slancio. Il corpo nudo femminile si rivela dalla trasparenza del panneggio bagnato, alla maniera delle opere classiche del V secolo a.C., mentre il cavo indossato appena sotto il seno richiama uno stile di abbigliamento molto popolare agli inizi del IV secolo.

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Dettaglio del busto

La forte torsione delle anche e delle spalle, il contorno delle ali e della veste agitata dal vento assumono la massima espressività nella visuale dall’angolo sinistro, resa preferenziale dalla collocazione obliqua della statua nella sua sede.

L’immagine della Nike di Samotracia ha conosciuto una vastissima popolarità, specialmente al principio del XX secolo, quando Umberto Boccioni plasmò la propria scultura Forme uniche della continuità nello spazio sulle forme della statua. Analogamente fecero Salvador Dalì, che nel 1968 eseguì Les Deux Nike, la Double Victoire de Samotrace, e Evgenij Vučetič, autore della Statua della Madre Russia.

Il riferimento più plateale alla Nike, si ha con il logo della Nike, società statunitense presente nel settore sportivo. La studentessa di grafica Carolyn Davidson, per realizzare il celebre marchio stilizzato, si ispirò esplicitamente a una delle ali della statua.

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Simbolo Nike – Carolyn Davidson

La Nike di Samotracia è una delle espressioni più compiute e spettacolari della cultura ellenica giunte sino a noi ma è necessario uno sforzo di immaginazione se si vuole apprezzare in pieno la finezza del panneggio, la trasparenza delle vesti, la bellezza delle carni.

È incredibile come una statua alla quale mancano braccia e testa, possa rappresentare l’idea stessa della perfezione. Le statue greche sono trasposizioni di miti, e questa scultura di donna è un esempio tangibile di leggerezza e di trasparenza su cui gioca la luce.

Mentre la veste diventa morbida, un fitto battere d’ali frena l’impeto del volo.

E niente è mai sembrato più reale.

Veronica Verzella

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