Non si potrebbe studiare l’arte giapponese, mi sembra, senza diventare molto più sereni e più felici: dobbiamo ritornare alla natura, nonostante la nostra educazione e il nostro lavoro in un mondo convenzionale…Invidio ai giapponesi l’estrema nitidezza che tutte le cose hanno presso di loro. Nulla vi è mai noioso, né mi sembra mai fatto troppo in fretta. Il loro lavoro è semplice come respirare: essi fanno una figura mediante pochi tratti sicuri, con la stessa disinvoltura come se si trattasse di una cosa semplice quanto abbottonarsi il panciotto.

È il 1888. Vincent Van Gogh traduce così le sensazioni pittoriche nate dall’incontro diretto con gli scenari della Provenza e la cultura artistica giapponese.

La parabola umana di questo straordinario artista prende vita e si sviluppa parallelamente alla sua arte e al suo interesse per la xilografia giapponese. Alcuni importanti fenomeni di collezionismo, lungimiranti acquisizioni museali e la pubblicazione di libri illustrati precedettero di alcuni decenni l’apertura tra Occidente e Oriente. Dopo un lungo periodo di isolamento e di xenofobia, il Giappone aveva aperto le frontiere al commercio internazionale e nel 1867, con l’Esposizione Universale di Parigi, il suo alone di mistero conquistò il mondo.

Il mito della cultura artistica giapponese e la sua estetica dal gusto decorativo diventano un momento di confronto imprescindibile per gli artisti europei, con conseguenze rivoluzionarie per l’arte impressionista e le prime avanguardie. Claude Monet appese diversi ukiyo-e nella sua casa parigina mentre Edouard Manet inserì un pannello giapponese sullo sfondo del Ritratto di Emilie Zola. E tra i grandi pittori che subirono la potente influenza dell’arte giapponese figurano Paul Gaugin, Henri Toulouse-LautrecPierre-Auguste Renoir,  Gustav Klimt.

Ma Vincent Van Gogh avrà un rapporto diverso, profondo, simbiotico con il mondo orientale. La sua non è solo una questione estetica ma un’intera visione del mondo, un modello di utopica armonia sociale da perseguire ed imitare:

Studiando l’arte giapponese, si vede un uomo indiscutibilmente saggio, filosofo e intelligente, che passa il suo tempo a far che? A studiare la distanza fra la terra e la luna? No; a studiare la politica di Bismark? No; a studiare un’unico filo d’erba. Ma quest’unico filo d’erba lo conduce a disegnare tutte le piante, e poi le stagioni, e le grandi vie del paesaggio, e infine gli animali, e poi la figura umana. Così passa la sua vita e la sua vita è troppo breve per arrivare a tutto. Ma insomma, non è quasi una vera e propria religione quella che ci insegnano questi giapponesi così semplici, e che vivono in mezzo alla natura come fossero essi stessi dei fiori? E non è possibile studiare l’arte giapponese, credo, senza diventare molto più gai e felici, e senza tornare alla nostra natura nonostante la nostra educazione e il nostro lavoro nel mondo della convenzione.

Il primo contatto con la cultura giapponese si registra ad Anversa, attraverso alcune letture e l’acquisto delle prime stampe, le japonaiserie, di cui diventerà un avido collezionista insieme al fratello Theo. Gli scorci arditi, quei punti di vista così insoliti, il modo di stendere i colori attraverso masse uniformi racchiuse da contorni scuri. Sono tutti elementi che ritroviamo nelle stampe giapponesi e che Van Gogh riprende per apportare varianti significative ai propri paesaggi.

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Maiko Beach di Hiroshige – Uliveto di Van Gogh

Quando si trasferisce a Parigi, diventa un assiduo frequentatore della galleria di Siegfried Bing, un mercante franco-tedesco che contribuisce in larga misura alla diffusione in Francia dell’arte orientale. Esercitò una grande influenza grazie al suo lavoro di commerciante d’arte, critico, giornalista e grazie alla sua rivista mensile Le Japon Artistique.

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Le Japon Artistique

Nel 1887 Vincent organizza una mostra di arte giapponese al Café du Tambourin insieme a Tolouse-Lautrec, Paul Gaugain e Emile Bernard. Nonostante lo scarso successo dell’esposizione, realizza Le Tambourin, il bellissimo ritratto di Agostina Segatori, proprietaria del Café. La donna era stata la musa di Degas, Corot e Manet ma alcool e sregolatezze avevano lasciato profondi segni. Seduta a un tavolo con la sigaretta tra le dita, gli occhi spenti di Agostina guardano oltre l’osservatore. Van Gogh non cerca di conferire permanenza alla sua solitudine ma sfrutta la visione impressionistica di un’atmosfera annebbiata e di un locale pieno di fumo. Sfumate nell’indistinzione di uno sfondo verdastro, colloca alcune stampe giapponesi sulla parete di fondo: non hanno una precisa valenza simbolica, sono accessori dell’esotico e si smarriscono con Agostina, rannicchiata nei suoi pensieri, lontana, sola.

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Agostina Segatori al Café du Tambourin, 1887

Un altro personaggio omaggiato con stampe giapponesi è il commerciante di colori Julien Tanguy, amico e protettore dei giovani artisti, nel quale Vincent vede rispecchiarsi un ideale di umanità, saggezza e fratellanza.

Qui vivrò sempre di più un’esistenza da pittore giapponese, che vive nella natura come un piccolo borghese. Tu stesso senti che è meno lugubre della vita dei pittori decadenti. Se riuscirò a vivere abbastanza a lungo, diventerò una specie di papà Tanguy.

Père Tanguy è ritratto due volte con lo sguardo serafico da filosofo orientale: è seduto, con cappello e giacca abbottonata mentre le mani grandi, rozze, sono raccolte in grembo, strette fra loro. Alle spalle un puzzle sfavillante di xilografie si mostrano all’occhio dello spettatore in una trasparente chiarezza. L’artista sembra combinare l’uso del colore chiaro, vibrante degli impressionisti con le nitide stesure di colore giapponesi. La mancanza di indicazioni spaziali toglie qualsiasi distrazione e lo sguardo si concentra interamente sul personaggio che acquista le peculiarità di una presenza iconica. Van Gogh aspira ad una sintesi di arte orientale e occidentale, molto distanti dalle immagini sincretiche del suo primo periodo. Ora, per ottenere una visione d’insieme, deve arrivare al cuore del suo soggetto.

Le citazioni esplicite delle stampe non sono preziosismi decorativi: sono protagoniste dello spirito del quadro, sono il correlativo oggettivo della positività e della solarità del personaggio. Rivestono una valenza simbolica, quasi didattica. Ed ecco allora che le citazioni escono dai dipinti di Van Gogh e si tramutano in opere singole, come le interpretazioni di due stampe di Utagawa HiroshigePioggia sul ponte di Õhashi e Giardino di Kameido.

Le due opere appartengono al genere “del mondo fluttuante” ukiyo-e che prevedeva stampe multicolori, realizzate con stampi in legno finemente incisi. Uno stile fondato sull’uso di prospettive ardite e di punti di vista insoliti, sulla concentrazione dell’azione principale in un punto preciso del dipinto, sull’assenza di simmetria, sulle vedute a volo d’uccello. I colori venivano stesi con campiture uniformi su aree delimitate da contorni scuri, quasi del tutto prive di sfumature ed effetti chiaroscurali.

Tutte caratteristiche che ritroviamo nel Ponte di Hiroshige. I particolari principali dell’opera si concentrano verso il basso: il ponte di legno, i personaggi che occupano il centro della composizione riparandosi dall’acqua, l’imbarcazione che sopraggiunge da sinistra. Anche le diverse tonalità di blu tra fiume e cielo sono rigidamente distinte, mentre la pioggia è suggerita semplicemente da linee nere che solcano la xilografia in verticale.

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Utagawa Hiroshige – Pioggia sul ponte di Õhashi

Nel suo Ponte sotto la pioggia del 1877, Van Gogh decise di conservare il senso del dinamismo di Hiroshige, reinterpretandolo secondo la propria sensibilità. Possiamo osservare rapidi tratti di pennello, peculiari del suo stile, che permettono di accostare varie tonalità di blu e di verde al fine di suggerire il movimento dell’acqua. Le pennellate si fanno più larghe vicino alle pile del ponte contro le quali si infrangono i flutti e per le stesse pile vengono utilizzati toni diversi di marrone. Van Gogh arricchisce la cornice con finte scritture, che contribuiscono a dare un tono esotico e orientaleggiante alla composizione.

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Vincent Van Gogh – Ponte sotto la pioggia

Il fatto che Van Gogh non mirasse a creare copie fedeli degli originali giapponesi traspare anche dal Susino in fiore, realizzato nel 1887 a partire da un’altra stampa di Hiroshige, il Giardino di Kameido, del 1857. Le delicate tonalità di rosa che Hiroshige aveva utilizzato per il cielo vengono convertite in un rosso denso e forte dal pittore olandese.

Dalla figura in kimono di Keisai Eisen che campeggia sulla copertina della rivista Paris Illustré del 1886, Vincent trasse un quadro dalle dimensioni notevoli: La Cortigiana. Il canneto in secondo piano è concepito quale divertissement, con una barca sul fiume che sovrasta la testa della geisha, sorretta da una rana giallognola.

Da sola l’arte giapponese non conferiva quella luminosità e quei colori accesi tanto agognati da Van Gogh. Perciò nel 1888 lascia Parigi e si trasferisce ad Arles, nel sud della Francia. La meta non viene scelta a caso: Arles era il posto ideale per gli artisti che amano il sole e il colore. La calda luce del sud, i colori, i profumi della Provenza «belli come il Giappone», riaccendono in lui l’utopia di una comune di artisti.

In una lettera datata 1888, Van Gogh scrisse:

Voglio incominciare a dirti che il paesaggio qui mi sembra bello come il Giappone, per la limpidezza dell’atmosfera e gli effetti allegri di colore, le acque fanno delle macchie di un bello smeraldo e di un blu sontuoso nei paesaggi come si vedono nei crêpons giapponesi. I tramonti arancio pallido danno al terreno un colore blu. I soli sono giallo splendente e ciononostante non ho ancora visto il paese nel suo splendore estivo.

Purtroppo la comunità di artisti non si formerà mai e la casa gialla di Arles aspetterà invano l’arrivo degli amati amici e pittori. Solo Gauguin trascorrerà da Vincent due mesi di arte e follia, conclusi drammaticamente con una feroce lite e il taglio terribile all’orecchio. Era disposto a pagare fisicamente la propria produttività artistica e il lobo che recide è il suo prezzo. Gauguin lascia la casa, Vincent viene ricoverato e nel gennaio del 1889 realizza uno struggente Autoritratto. Il suo volto appare smagrito e la pennellata ha un andamento accidentato, come se si fermasse a seguire ogni osso. La giacca abbottonata e il cappello in testa contribuiscono a conferire all’immagine un senso di chiusura, introducendo un elemento di distanza tra la figura e l’ambiente circostante. Nello sfondo inserisce una rassicurante e amata stampa orientale. Da quel momento in poi svaniranno le citazioni e le riproposizioni di stampe giapponesi nelle sue tele.

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Autoritratto con orecchio bendato

Tranne in un caso.

A pochi mesi dalla morte, quando un soffio di felicità arriva per la nascita del figlio di Theo, Vincent regala al nipote il dipinto di un Ramo di mandorlo in fiore, simbolo augurale giapponese, nonché libera interpretazione di una delle più belle opere dell’artista Hokusai. Commosso scrisse a sua madre:

Ho iniziato subito una tela per il figlio di Theo, da appendere nella loro camera da letto, una tela azzurro del cielo sulla quale si stagliano grandi rami di fiori di mandorlo bianchi.

E fu così: un cielo turchese e fiori bianchi. Rami, gemme e fiori diventano protagonisti in un’estetica serena; ogni senso dello spazio è annullato, la forma è creata solo attraverso il colore. Mai prima di allora aveva guardato così da vicino i boccioli pieni di luce, mai aveva tradotto con tanta dedizione i fiori in pittura. Per il futuro del nipote cerca di conservare la spensieratezza della vita che così tenacemente gli era stata negata.  Van Gogh sceglie di rappresentare la vita ponendo ogni suo dolore a disposizione della serenità. Nessuna tonalità drammatica, nulla di oscuro, ogni cosa lascia spazio allo spettatore. Nessun grafismo materico aggredisce la tela ma tutto scorre sereno, ogni fiore sboccia per essere ricordato con piacere, o dimenticato con serenità. Solo il cielo, nell’azzurro, comincia a fremere. Il colore si muove, il fondo si sfalda lievemente, lontano, sfumato oltre i rami del futuro che verrà.

Veronica Verzella

RIPRODUZIONE RISERVATA

Bibliografia e sitologia di riferimento

  • Gioia Mori, Impressionismo, Van Gogh e il Giappone, Art Dossier, Giunti Editore, 1999
  • Andrea Lattanzi Barcelò, Vincent Van Gogh. I colori del tormento, Area51 Publishing, 2016
  • Enrica Crispino, Van Gogh. Vita d’artista, Giunti Editore, 2003
  • Van Gogh, I Grandi Maestri dell’Arte, Skira, 2007
  • R. Metzger, I. F. Walther, Van Gogh, Taschen, 2008

 

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