È la notte tra il il 14 e il 15 gennaio 1968.

La valle del Belice viene colpita da uno dei più devastanti terremoti che l’uomo ricordi: 1.150 vittime e 98.000 senzatetto. Sotto i colpi sussultori del sisma, Gibellina smise di vivere in pochi istanti. Al suo posto dodici ettari di macerie. Il drammatico evento mise a nudo il profondo stato di arretratezza della Sicilia occidentale e la fatiscenza costruttiva delle abitazioni. Gibellina è uno dei primi, tristemente noti, casi di disagio sociale: un paese spezzato dal terremoto, dall’impreparazione logistica, dall’inerzia dello Stato e una popolazione superstite abbandonata a se stessa, emarginata, confinata nelle baracche.

Così amare e attuali risuonano le parole di Danilo Dolci:

La burocrazia uccide più del terremoto.

Nella nuova città, la nuova Gibellina, si respirava un senso di morte. Ma nel 1985 il sindaco Ludovico Corrao vide nell’arte un riscatto sociale e chiamò a raccolta artisti di fama mondiale. Il Belice delle baracche e dell’utopia divenne un vero e proprio crocevia artistico: Mario Schifano, Andrea Cascella, Arnaldo Pomodoro, Mimmo Paladino, Franco Angeli, Leonardo Sciascia trasformarono Gibellina in un polo culturale unico al mondo.

Tra le grandi personalità giunte sul posto spiccò Alberto Burri, l’unico a non voler intervenire nella città nuova. Il maestro voleva la città vecchia, o quel che ne restava.

Ne rimasi veramente colpito. Mi veniva quasi da piangere e subito mi venne l’idea: ecco, io qui sento che potrei fare qualcosa. Io farei così: compattiamo le macerie che tanto sono un problema per tutti, le armiamo per bene, e con il cemento facciamo un immenso cretto bianco, così che resti perenne ricordo di quest’avvenimento.

Burri propose di coprire le macerie con un’immensa colata di cemento bianco che mantenesse inalterati la disposizione delle vie del centro storico e l’impianto urbanistico. I fondi per realizzare una tale impresa hanno richiesto uno sforzo immane, soprattutto da parte di Corrao: il sindaco chiese aiuto alle imprese impegnate nella ricostruzione di Gibellina Nuova e all’esercito, che compattò le macerie e le ingabbiò dentro reti metalliche. Per ricevere fondi dallo Stato camuffò i lavori per il Cretto in “Opere di sistemazione idrogeologica del vecchio sito urbano”.

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Le macerie di Gibellina e la messa in opera del Cretto

La messa in opera cominciò nel 1985 e due anni dopo Burri riuscì a vedere il suo Cretto; tuttavia, i lavori si interruppero nel 1989 lasciando l’opera incompiuta per circa un terzo della superficie totale. L’ultimo censimento della Ragioneria generale dello Stato è del 1995: nel Belice erano stati spesi, fino a quella data, 12 mila miliardi di lire.

Per molti anni il Grande Cretto ha versato in condizioni di degrado e totale abbandono, nella completa indifferenza delle autorità e degli enti preposti. Ma nel 2015 la Regione Sicilia, il Comune di Gibellina, la Fondazione Palaz­zo Albizzini Collezione Burri ha finalmente completato l’opera.

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Alberto Burri, Grande Cretto di Gibellina, 23 maggio 1987 – photo Vittorugo Contino

Il gigantesco monumento della morte di Burri ripercorre le vie e i vicoli della vecchia città. Dall’alto l’opera appare come un quadrilatero irregolare, una ragnatela di fratture cementizie, il cui valore artistico risiede nel congelamento della memoria storica del paese. Il labirinto bianco coprì come un sudario le rovine del sisma, offrendo alla comunità la dimensione simbolica di un nuovo inizio.

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Veduta aerea del Grande Cretto

Costruito a 20 chilometri di distanza dalla città rifondata, il Cretto è un enorme velo bianco che ricopre dodici ettari di terreno: ogni fenditura pedonabile è larga dai due ai tre metri, mentre i blocchi sono alti circa un metro e sessanta. Si tratta di una delle opere d’arte contemporanea più estese al mondo.

Burri non era nuovo a questo soggetto: a partire dal 1969 si dedica sistematicamente ai Cretti, superfici in creta o caolino impastate allo stato liquido con vinavil. Le sue tele, sottoposte ad un naturale processo di essiccazione, producevano spaccature e fessurazioni calibrate di volta in volta.

Quel che si può fare in piccolo lo si può fare in grande, e viceversa.

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Cretto bianco, 1975

Come tutte le vere opere d’arte, il Grande Cretto rappresenta la realtà ben oltre le intenzioni del suo autore e del suo committente. Aveva un senso l’idea di Corrao di non riportare i contadini di Gibellina nelle loro case modestissime e insalubri. E aveva un senso l’idea di Burri di costruire una città modello, segnata dall’arte contemporanea in ogni suo angolo.

L’arte per gli ultimi, una volta tanto.

Ma seppellire nel cemento un’intera città distrutta dal terremoto vuol dire rappresentare nel modo più atroce il controsenso di un’Italia in grado di cementificare i suoi più bei territori e incapace di ricostruire.

In questo luogo, l’arte non è fine a se stessa ma si fa strumento della memoria. La linea di demarcazione tra il turismo e la memoria coincide con quella di due generazioni di abitanti: da un lato gli abitanti della vecchia Gibellina distrutta dal terremoto, dall’altra i giovani, nati tra le baraccopoli e la nuova Gibellina.

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Gibellina vecchia – Grande Cretto

I giovani guardano avanti con l’occhio disincantato di chi non ha passeggiato tra quelle strade sepolte e dimenticate; i vecchi sono fermi al passato, non possono e non vogliono dimenticare. Per alcuni di loro il Cretto non è riuscito a salvare il ricordo di ciò che è stato ma, al contrario, l’ha totalmente cancellato. E la loro sete di memoria non riesce ad esaurirsi: continuano a guardare le fenditure di cemento e l’immensa colata bianca alla ricerca delle loro case, delle loro scuole, delle chiese, il cinema del paese, il vecchio castello, le loro strade, i posti in cui sono cresciuti. La loro è una sorta di cattedrale a cielo aperto, un luogo dove meditare e ricordare tra le pareti di cemento.

Un’opera da vivere e sentire. Un monumento alla memoria per chi è morto e un monumento del ricordo per chi è sopravvissuto.

 

Veronica Verzella

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