Yayoi Kusama nasce a Matsumoto, in Giappone, nel 1929. La sua è una famiglia tradizionalista e durante gli anni dell’infanzia, dell’adolescenza e della guerra la pittura è l’unico sollievo ai patimenti esistenziali. Fin da piccola soffre di allucinazioni e disturbi ossessivo-compulsivi: pois, fiori giganti, reti, protuberanze molli e forme falliche popolano il suo mondo interiore.

Un giorno fissavo la tovaglia a fiori rossi, distolsi lo sguardo dal tavolo e mi accorsi che lo stesso motivo era stampato sul soffitto, persino sulle finestre e colonne. Tutta la stanza, il mio corpo, l’universo erano ricoperti di fiori rossi e io scomparivo, ritrovando il mio posto nel tempo eterno e nello spazio assoluto.

È attraverso le percezioni illusorie e i tabù della sua educazione che nasce la sua arte. Ciò che ritrae, è dentro di sé e affiora in superficie come una terapia: Yayoi Kusama non si fa dominare, ma ricrea le sue visioni attraverso il fare artistico e le converte in una via di salvezza e liberazione. Le sue fobie diventano il fulcro delle sue creazioni.

Yayoi Kusama, Love Forever

A diciannove anni comincia la sua carriera professionale a Kyoto ma nel 1958 si trasferisce a New York attirata dal potenziale sperimentale della scena artistica dell’epoca. Sono gli anni dell’Action painting e Kusama percorre una strada diversa. Un sentiero solitario. Un’espressione artistica in bilico tra genio e follia.

Yayoi Kusama

Ossessiva e maniacale, Kusama vede la Grande Mela come un inferno, ma la città non le resta indifferente:

Quando mi sentivo triste, salivo sull’Empire State Building. […] In cima al più alto grattacielo esistente sentivo che ogni cosa era possibile. Un giorno, lì a New York, avrei stretto tutto ciò che volevo in quelle mie mani vuote. […] Il mio impegno per attuare una rivoluzione nell’arte era tale che sentivo il sangue ribollire nelle vene e dimenticavo la fame.

Lei, che esorcizza la paura di vivere attraverso infiniti pois, con i primi lavori della serie Infinity Nets arriverà a ricoprire tele, pavimenti, tavoli, sedie, stanze intere. Ed è un trionfo: le gallerie cominciano ad apprezzarla, Andy Warhol la stima, Lucio Fontana la porta a Venezia, Dino Buzzati la ammira a Milano. L’insieme di grumi microscopici che costellano le superfici configura una sequenza che tende ad essere percepita come illimitato. Ogni pennellata trasforma lo spazio pittorico: da campo visivo tangibile e circoscritto, si espande fino a divenire spazio dell’infinito.

Quando ero davanti alla tela a dipingere tutti quei puntini finivo per riempire anche il tavolo e il pavimento, persino il mio corpo. Ripetevo sempre gli stessi movimenti, la rete si allargava all’infinito. Mi dimenticavo di me stessa e mi lasciavo catturare da quella specie di ragnatela. Le braccia, le gambe, i vestiti che indossavo e tutto ciò che si trovava nella stanza era ricoperto dalla rete.

La sua ossessione per gli organi genitali maschili la porta a maturare un’evoluzione degli Infinity Nets, che con il tempo infrangono la dimensione ipnotica della bidimensionalità e diventano materia da toccare. Yayoi le chiama Soft Sculptures, sculture morbide.

Nel 1965 nasce l’opera Infinity Mirror Room: la sua arte si moltiplica, le superfici specchianti generano uno spazio inesauribile, il corpo viene frammentato dalle pareti, i visitatori diventano parte integrante delle sculture e sperimentano la fusione dei propri movimenti con l’opera. Lo spazio reale e quello illusorio si incontrano nell’instabilità della percezione, realizzando luoghi-non luoghi dove il soggetto è fisicamente presente ed emotivamente altrove.

Negli anni Settanta, Yayoi diventa la regina degli hippie grazie alle sue straordinarie performance artistiche: tutti vogliono i suoi vestiti decorati a pois, tutti reclamano i puntini dipinti sulla pelle.

Questo accade perché do’ alla gente ciò che i tempi richiedono. La libertà sessuale di esprimersi.

Le abitudini hippie si sposano perfettamente con le ossessioni di Yayoi per il sesso. La madre le inculca l’idea che sia qualcosa di sporco, di cui vergognarsi e tenere nascosto. Ma il divieto diventa parte integrante della sua creatività. Si fa portavoce di una rivoluzione sessuale dilagante, libera dall’astinenza, dai tabù, dai pregiudizi. Nascono i Kusama Happenings,  eventi a sfondo sessuale, con uomini e donne nudi, gay, lesbiche ed etero, intenti in atti sessuali espliciti di gruppo.

Progressivamente gli Happening assumono significati più profondi e vengono legati alla denuncia di altre tematiche: la politica si fonde con la filosofia dei pois.

Yayoi Kusama, Anti-War naked happening, Brooklyn Bridge, New York, 1968

La rivoluzione sessuale hippie di Yayoi toccò tutte le sfere della società, anche la più borghese. Richiamò flash di fotografi e fiumi di articoli da tutto il mondo. Ma in pochi capirono davvero la natura delle sue performance. Una natura feroce, assoluta, vera. Kusama non finge: la sua arte è un’allucinazione e per lei i critici coniano il termine obsessional artist, l’artista delle ossessioni.

Yayoi Kusama modelling her Kusama Fashions in New York, 1968

Yayoi Kusama ritorna in Giappone durante i primi anni Settanta, decisa ad affermare la sua arte nella terra natia ed affrontare la mentalità bigotta del continente orientale.

Soft Sculpture – Pumpkins, esposta a Naoshima, Giappone

I sedici anni americani sembrano essersi volatilizzati: continua a lavorare compulsivamente alle sue nets, ma dal 1977 sceglie di soggiornare nell’ospedale psichiatrico di Seiwa. In questo periodo inizia a dedicarsi anche alla scrittura di libri e poesie che la porteranno alla produzione di numerose narrative sulla sua condizione mentale e artistica. Conosce il regista Ryū Murakami per il quale reciterà nel film Tokyo Decadence e nel 1991 rappresenta il suo continente alla Biennale di Venezia. In questi anni produce dei veri e propri deliri visuali.

Di grande suggestione è l’installazione Gleaming lights of the Souls. L’artista sfrutta una stanza interamente tappezzata di specchi, trasformandola in una scatola ottica dal cui soffitto decine di led sospesi emanano luce intermittente. Un pullulare di immagini che si moltiplicano e si confondono all’infinito. Le stanze rappresentano il desiderio di Kusama di sparire nel mondo, un’espressione della sua volontà di vivere segretamente, per sempre minacciata ed estasiata

Kusama si fa conoscere dal grande pubblico per la collaborazione con Peter Gabriel nel video Love Town del 1994: tutte le sue ossessioni finiscono nel mondo ipertrofico della canzone.

Peter Gabriel – Lovetown

Nel 2012 con la complicità di Marc Jacobs, direttore artistico di Louis Vuitton, Kusama realizza numerosi capi d’abbigliamento e accessori per la maison francese. Lo stilista ricorda così il loro incontro:

Abbiamo passato poche ore insieme e ogni volta che cercavo di andarmene, mi tratteneva. Questo comportamento è perfettamente collegato alle caratteristiche del tipo di arte che crea: l’intensità, la ripetizione. È l’incarnazione esatta di quello che fa.

Gli ultimi lavori prodotti, caratterizzati da colori vivaci scelti a seconda del grado di contrasto, si accostano ai princìpi dell’art brut per la semplicità del tratto e il potere espressivo. La composizione non nasce da una progettualità, ma dalla spontaneità del segno, improvvisato direttamente sulla superficie della tela.

Yayoi Kusama con i suoi recenti lavori a Tokyo, 2016

Donna poliedrica, in crescente mutamento, Yayoi Kusama ha esplorato qualsiasi realtà artistica, dalla pittura, alla scrittura, ha attraversato la moda e il cinema. Un’artista che è riuscita a mischiare illusione e realtà, convogliando pensieri, valori e principi nella sua arte, diffondendola in tutto il mondo e rendendola parte integrante della storia artistica degli anni Settanta. Un’artista temprata dalla rigidità dell’educazione familiare, dal rigore formale della pittura tradizionale Nihonga, dall’estenuante lavoro ripetitivo in periodo di guerra e dagli onnipresenti disturbi mentali. Ha saputo dar vita a un’espressione artistica in continua lotta, ai confini della vita e della morte, in bilico tra genio e follia, in un oblio senza fine di pois.

yayoi-kusama

Veronica Verzella

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