Il gruppo del Laocoonte, ritrovato il 14 gennaio 1506 sull’Esquilino nella zona dei bagni di Tito, è una copia romana del I secolo d.C. attualmente conservato nel Museo Pio-Clementino di Roma. In una lettera autografa del 1567, Francesco da Sangallo ricorda che allo scavo assistettero personalmente Michelangelo e il padre Giuliano, inviato dal papa a valutare il ritrovamento. Un cronista dell’epoca scriverà che «tutta Roma die noctuque concorre a quella casa che lì pare el jubileo».

Fin dalla sua scoperta il complesso fu ritenuto opera dello scultore Haghesandros di Rodi e dei suoi due figli, Athenadoros e Polydoros, attribuzione possibile grazie al passo delle Naturalis Historia di Plinio (XX- XVI, 37):

Né poi è di molto la fama della maggior parte, opponendosi alla libertà di certuni fra le opere notevoli la quantità degli artisti, perché non uno riceve la gloria né diversi possono ugualmente essere citati, come nel Laoconte, che è nel palazzo dell’imperatore Tito, opera che è da anteporre a tutte le cose dell’arte sia per la pittura sia per la scultura. Da un solo blocco per decisione di comune accordo i sommi artisti Agesandro, Polidoro e Atanodoro di Rodi fecero lui e i figli e i mirabili intrecci dei serpenti.

Sulla base dei recenti studi condotti da Bernard Andreae, i tre scultori menzionati da Plinio non avrebbero creato ex novo la statua ma avrebbero copiato un originale bronzeo prodotto verso il 140 a.C. a Pergamo da un artista ignoto. Alla base delle sue constatazioni vi è il ritrovamento a Sperlonga del gruppo di Scilla, un imponente complesso di sculture che richiama il Laocoonte per affinità di stile e per la presenza dell’epigrafe-firma in greco di Agesandro, Polidoro e Atanodoro. La grotta in cui è avvenuta la scoperta apparteneva ad una villa collegata all’imperatore Tiberio e questo lega cronologicamente i tre scultori alla prima età imperiale.

L’opera in marmo bianco alta 2,42 metri, sebbene presenti delle mutilazioni nella figura del padre e del figlio maggiore, costituisce un gruppo di grande dinamicità, in cui le tre figure sono legate in un groviglio quasi inestricabile di corpi nudi e spire.

laocoonte

Secondo il racconto virgiliano, Laocoonte si era opposto all’ingresso del cavallo di legno entro le mura di Troia. Atena e Poseidone, favorevoli ai Greci, inviarono dal mare due mostruosi serpenti che avvolsero e stritolarono il sacerdote e i suoi due figli Antifante e Timbreo.
Dai volti dei tre personaggi traspaiono emozioni diverse: dallo stupore dolente di un figlio che guarda al padre a chiederne l’aiuto, all’atteggiamento di rinuncia dell’altro ormai morente sotto la morsa del potente animale, fino al grido di dolore, di rabbia e di pietà di Laocoonte che cerca in un estremo tentativo di liberarsi. I suoi arti e il suo corpo assumono una posa pluridirezionale e in torsione, che si slancia nello spazio. L’espressione dolorosa del suo viso, pateticamente corrucciato, con le sopracciglia inarcate e le narici dilatate, produce una resa psicologica caricata, quasi teatrale.

È una delle sculture di più grande drammaticità del mondo antico e ben si intuisce come la sua immagine abbia potuto interessare in ogni secolo artisti e collezionisti diversi. Più volte citata e usata come exemplum doloris, divenne il simbolo della veneranda antichità. Lo stesso Giulio II comprese immediatamente l’assoluto valore simbolico, di eredità e di continuità in majestatem et gratiam degli antichi romani e ne impose la presenza nel suo Cortile del Belvedere, strappandola ai Conservatori che la volevano in Campidoglio. 

In origine, il gruppo presentava il padre ed il figlio minore privi del braccio destro. Dopo un primo restauro, forse eseguito da Baccio Bandinelli, artisti ed esperti discussero su quale dovesse essere la posizione del braccio del sacerdote troiano. Una prima integrazione fu eseguita da Giovanni Angelo Montorsoli e, successivamente, tra il 1725 e il 1727, Agostino Cornacchini intervenne con un restauro integrale. Nel 1906 l’archeologo tedesco Ludwig Pollak rinvenne fortuitamente il braccio destro originario di Laooconte, piegato a gomito e mancante della mano, nella posizione che era stata ipotizzata da Michelangelo: la ricostruzione con braccio proteso venne eliminata e l’arto fu ricollocato alla spalla da Filippo Magi tra il 1957 ed il 1960.

Per due volte il Laocoonte ha subito un trasferimento forzato dal luogo originario di esposizione: il primo a Parigi, insieme a tutte le altre opere d’arte depredate dal direttorio napoleonico con il trattato di Tolentino del 1797. Un disegno preparatorio per un gigantesco vaso in bronzo dorato e porcellana di Sèvres, riproduce il corteo trionfale delle opere d’arte con il Laocoonte che giunge in Francia.

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Quasi tutte le opere tornarono in Vaticano grazie alla missione portata a termine dal Canova dopo il Congresso di Vienna del 1815. Tuttavia, durante il viaggio di ritorno, in prossimità del passo del Moncenisio, la cassa del Laocoonte cadde dal carro: sebbene sia stato redatto un verbale dell’accaduto, non sappiamo quale sia stato l’impatto sulla statua.

Perfetta incarnazione di quell’antico ‘patetico’ decantato dai collezionisti rinascimentali,  il Laocoonte divenne subito l’oggetto dei desideri di molti artisti che lo replicarono in materiale vario e scale diverse. Appena pochi anni dopo la scoperta, Bramante chiese a quattro scultori di trarne altrettante copie in cera e invitò il giovane Raffaello a giudicare la migliore: il modello di Jacopo Sansovino è ritenuto il più perfetto e gettato in bronzo per il cardinale Domenico Grimani. Questa copia venne donata poi al cardinale di Lorena nel 1534, mentre una copia in marmo di grandi dimensioni, oggi agli Uffizi, viene scolpita dallo scultore fiorentino Baccio Bandinelli. Più tardi una copia in bronzo venne realizzata per Francesco I per la reggia di Fountainbleau.

Numerose sono le repliche bronzee in dimensioni ridotte, come quella dei Musei civici di Brescia, quella del Bargello attribuita ancora al Sansovino, quella del Bode Museum di Berlino databile intorno al 1532 e quella della metà del Cinquecento oggi al Kunsthistorisches Museum di Vienna. Un secolo dopo, Stefano Maderno ne copia le forme in una terracotta dell’Hermitage di San Pietroburgo, mentre una copia della sola figura centrale, contemporanea e nello stesso materiale, è nella Galleria Giorgio Franchetti alla Ca’ d’Oro di Venezia. Numerose sono anche le placchette di analogo soggetto sparse nei musei di tutto il mondo. La figura di Laocoonte viene riutilizzata come modello formale anche da Galeazzo Mondella nella placchetta Flagellazione, oggi al Kunsthistorisches Museum di Vienna. Lo scultore Antonio Lombardo riprende la figura del padre ne La fucina di Vulcano, uno dei pannelli per il camerino di alabastro di Alfonso d’Este, oggi conservati nel Museo dell’Ermitage a San Pietroburgo.

Disegni e incisioni finiscono per diffondere dovunque l’immagine del gruppo; tra i primi, interessante è lo studio di Raffaello del 1511 della testa del Laocoonte, preparatorio per la testa di Omero nel Parnaso delle Stanze Vaticane, oggi conservato nelle collezioni Reali di Windsor.

Veronica Verzella

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